domenica 30 novembre 2014

Vanoli Cremona-Openjobmetis Varese: 64-53

                                                                                                foto carlozanzi


Sesta sconfitta di seguito per il basket varesino di serie A, che così rischia di non esserlo più (da serie A). Si sperava in altra musica, invece la musica che continuano a sentire Robinson (in foto) & soci è una Messa da Requiem, un De profundis che non prevede resurrezione. Eppure Cremona  non ha fatto follie (e lo dice il punteggio), ma infine ha vinto. La Openjobmetis è sui gomiti, meglio, supina, e il futuro preoccupa assai. Per la cronaca di oggi mi affido all'amico Damiano di VareseNews, che mi comunica: male tutti, unico in doppia cifre Okoye, persino il salvatore della Patria Diawara imbrigliato dalla difesa messa a punto da coach Pancotto, e soprattutto malissimo ai tiri liberi, che ci condannano. Siamo stati lì lì con i cremonesi sino a 5' dalla fine, poi il tracollo. Male l'inizio ma si medica in qualche modo e il 1° quarto finisce 15-17. E si va avanti in sostanziale parità, 35-33 a metà gara, 49-48 dopo il 3° quarto. 53-53 quando mancano 5' alla fine, e lì comincia la sagra degli errori: ferri, stoppate ricevute, palle perse e liberi fuori. Cremona fa il suo onesto lavoro e vince. Che dire? Certo, noi non abbiamo l'operando Kangour e il nuovo arrivato Eyenga (distorsione), ma basta scuse e appelli alla sfiga: qui qualcosa non va per davvero. Coach Pozzecco ha messo a nudo (col suo spogliarello furioso) solo un principio di pancetta e non certo le sviste arbitrali. Che si dia una calmata.
Forza Varese!

Vesti e rivesti l'Etiopia

                                                                                                           ph pillo



Presso la Parrocchia Kolbe del viale Aguggiari è in programma, dal 6 all'8 dicembre, uno scambio di abiti nuovi per bambini e ragazzi da 0 a 14 anni.
I nostri bambini crescono...ma i loro abiti no e, spesso, li buttiamo o regaliamo nuovi! Inviarli nei paesi poveri, a chi ne avrebbe bisogno, spesso costa più del valore dei capi stessi. Per questo vi chiediamo:
1) portateci abiti nuovi o in ottime condizioni e puliti, smessi dai vostri figli: venerdì 5 dicembre (15-19) e sabato 6 dicembre (9-12 e 15-19)
2) venite a scegliere capi adatti ai vostri ragazzi, per i quali raccoglieremo le vostre libere offerte: sabato 6 dicembre, domenica 7 e lunedì 8 (9-12/15-19)
presso la parrocchia S.M. Kolbe, viale Aguggiari 140, Varese (0332.224274)

Il denaro raccolto sarà portato in Etiopia da una famiglia della nostra parrocchia in partenza la vigilia di Natale ed utilizzato per finanziare un progetto destinato ai bambini accolti e seguiti dal Centro Aiuti per l'Etiopia.

Calandàri 2015: grazie ai collaboratori



Sabato 6 dicembre, con la Cena degli auguri della Famiglia Bosina a Villa Recalcati, verrà presentato alla città il Calandàri 2015. Ecco i nomi dei collaboratori del volume, ai quali va il grazie della Famiglia:

BONOLDI FAUSTO
BORGATO ANTONIO
BOTTI MANIGLIO
BUZZI GIANPIERO
CANESI ELENA
CHIESA NADIA
COVA FERNANDO
DONNINI MONS. GILBERTO
FONTANA ATTILIO
FIDANZA CAVALLASCA CARLOTTA
GHIRINGHELLI LIVIO
GORINI NATALE
LODI MASSIMO
LUCCHINI FEDERICA
MEMBRINI ANITA
MONTI ANGELO
MUNARETTI LIDIA
PAGANI ETTORE
POZZI PAOLO
PRANDO RICCARDO
ROSSI TINO
SOTTOCASA FELICITA
SPARTA’ GIANNI
VEDANI PIERFAUSTO
ZANZI AMBROGINA
ZANZI CARLO
ZANZI GIORGIO


Auguri, Claudio

Felice compleanno al mio amico giornalista-podista Claudio, penna storica de La Prealpina

Le rughe di Claudia

                                                                            foto da google immagini


Ieri sera ho sentito alla tele un'intervista a Claudia Cardinale (eccola a Cannes nel 2010). Ha detto fra l'altro: "Mia madre mi diceva -Per forza non ti si vedono le rughe, ridi sempre! - " Mi ci sono messo anch'io a fare la prova del sorriso, ma nel mio caso le rughe vengono accentuate. Si vede che non sono fatto per ridere. O forse ho meno motivi, rispetto alla bella diva, per gioire. Ho invece notato che le mie rughe si attenuano se gonfio le gote, come per preparare uno sbuffo, una soffiata d'aria accompagnata da un: 'Che palle!'

Via, si riparte

                                                                                                 foto aesse



Via, si riparte, si buttano indietro le coperte e ci si butta fuori, in qualche modo. E si è costretti a pensare: 'Non c'è il sole ma almeno non diluvia, ho un dolore ma quanti stanno peggio?' Ecco, sconforta un poco questo doversi confrontare con il peggio, utilizzarlo come carica vitale quando la nostra aspirazione è al bello e solo a quello, e con quello dovremmo fare i conti, ma il bello appare irraggiungibile, motivo di invidia e quindi causa di altro dolore. 
Via, si riparte, immaginando ciò che non c'è, sminuendo ciò che ci minaccia, sfruttando le nostre quotidiane astuzie perché quelle coperte non siano troppo pesanti da buttare a terra, perché le nostre gambe non siano fatte di marmo ma di muscoli pronti al divenire.

sabato 29 novembre 2014

Senti che è di troppo



Nell'antologia poetica 'Quarta generazione' (che ho presentato oggi in altro post) ho trovato stasera questa poesia di Padre David Maria Turoldo, scritta che non aveva ancora quarant'anni. Esprime la fatica della rinuncia sacerdotale. 


SENTI CHE E' DI TROPPO
di David Maria Turoldo

Senti che è di troppo
il sapore di una pesca
in questa povertà
di case diroccate;
senti che non ti è lecito
provare questo dolciore
d'anima emigrata
dalla strada
della tua umanità.
Sposata hai
una pena
di non sentire mai
dolcezza alcuna
che non sia di tutti;
ed ora ti tenta
questo profumo
di pesche e di aranci,
ed ora ti seduce
questo languore di tigli,
ed ora vorresti
andartene in pace
in quest'orlo di città
in queste ghirlande
di bimbi a dimenticare.
E invece è tuo soltanto
il grido della città
disfatta sotto il sole,
e tu solo
puoi rianimare i corpi
abbattuti ai piedi
delle piante
nell'afosità dell'estate.
Ah tu non puoi
concederti a queste
momentanee paci.
Tu sei la possibilità
di una viva
solitudine;
e il tuo sacerdozio
è un'oasi
ove essi hanno il diritto
d'approdare
dalle loro fatiche.

Non mi portare



Non mi portare
di carlozanzi



Non mi portare altra malinconia,
ne ho già d'avanzo,
scusami se ti incalzo,
amante mogia della vita mia.

Lascia ante la soglia gli occhi pesti,
svesti la delusione,
è l'occasione
che un dolce sorriso si ridesti.

La pupilla della tigre



Consuelo Bannister, diciassettenne cieca dalla nascita, è la figlia del console inglese a San Sebastian. Nonostante viva nelle tenebre, la ragazza ha la possibilità di percepire il mondo grazie all'aiuto del fedele servitore Manolito. Alla morte dei genitori Consuelo viene affidata alla tutela di Iris Regueiro, amica della madre ed ex suora laica appartenente a una setta di fanatiche religiose che ha la sua sede segreta in un villaggio vicino a Glendalough, in Irlanda. Sfigurata in gioventù dall'artiglio di una tigre, Iris le propone un viaggio alla volta di una fontana miracolosa, dove le promette che potrà riacquistare la vista. La ragazza, colma di speranza, accetta l'invito; ma forse dietro quel gesto all'apparenza generoso si cela una sinistra macchinazione della setta... Il racconto si dirama in un'ambigua contraddanza tra realtà e visione; ambiguità che suggella inesorabilmente anche l'inatteso finale.

Ho scoperto oggi che è uscito un nuovo romanzo di Silvio Raffo, 'La pupilla della tigre' (Robin edizioni). Silvio, noto prof del Classico (ora in pensione), poeta, saggista, narratore...ha al suo attivo moltissime pubblicazioni, è un docente appassionato, un uomo originale, vitale. Lo considero più valido come poeta che come narratore, ho letto alcuni suoi romanzi, non quest'ultimo, del quale ho messo qui sopra una breve recensione tratta da internet. E dalla recensione ritrovo i contenuti dei romanzi 'raffiani': mistero, situazioni ambigue, sette religiose, miracoli...insomma, Silvio Raffo tiene fede a quello che è il suo convincimento circa lo scopo della letteratura: uscire dalla realtà (niente affatto appagante) per inventarsi un mondo più gratificante.Praticamente l'opposto del mio modo di intendere la scrittura. Con tutto ciò considero Silvio Raffo senz'altro uno dei più interessanti letterati della mia città.  

Pantaleòn e le visitatrici



Ieri sera ho visto alla tele un film diciamo rilassante, non impegnato ma nemmeno banale, ben condotto nella regia da Francisco Josè Lombardi. Un film del 1999 tratto dall'omonimo romanco di Vargas Llosa: 'Pantaleòn e le visitatrici'. Il comandante Pantaleòn riceve un perentorio incarico dai generali dell'esercito peruviano: fare in modo che i militari, relegati nella foresta amazzonica, possano di tanto in tanto godere di una presenza femminile. Ecco allora che l'efficiente capitano organizza turni di 'visitatrici', che raggiungo gli avamposti militari e compiono con efficienza il loro lavoro. Ma anche il ligio e fedele (alla moglie) capitano Pantaleòn non può reggere al fascino della Colombiana (la bellissima Angie Cepeda), da qui il versante drammatico della narrazione. Il film, godibile, mi ha permesso di conoscere questa Angie, mai vista prima d'ora sullo schermo. 

venerdì 28 novembre 2014

Udite! Gli Angeli Araldi cantano.

Hark! The Herald Angels Sing
Charles Wesley/Felix Mendelssohn

Hark the herald angels sing
"Glory to the newborn King!
Peace on earth and mercy mild
God and sinners reconciled"
Joyful, all ye nations rise
Join the triumph of the skies
With the angelic host proclaim:
"Christ is born in Bethlehem"
Hark! The herald angels sing
"Glory to the newborn King!"

Christ by highest heaven adored
Christ the everlasting Lord!
Late in time behold Him come
Offspring of a Virgin's womb
Veiled in flesh the Godhead see
Hail the incarnate Deity
Pleased as man with man to dwell
Jesus, our Emmanuel
Hark! The herald angels sing
"Glory to the newborn King!"

Hail the heaven-born Prince of Peace!
Hail the Son of Righteousness!
Light and life to all He brings
Risin with healing in His wings
Mild He lays His glory by
Born that man no more may die
Born to raise the sons of earth
Born to give them second birth
Hark! The herald angels sing
"Glory to the newborn King!"

©Public Domain

----------------------------------
Udite!
Gli Angeli Araldi Cantano
Charles Wesley/Felix Mendelssohn


Udite! Gli angeli araldi cantano
"Gloria al neonato Re!
Pace in terra e mite pietà,
Dio e i peccatori sono riconcigliati"
Gioiose voi tutte nazioni, sorgete
Unitevi al trionfo dei cieli
Col proclama angelico
"Cristo è nato a Betlemme"
Udite! Gli angeli araldi cantano
"Gloria al neonato Re!"

Cristo, adorato dal Cielo più alto
Cristo, l’eterno Signore!
Guardatelo venire a tarda notte
Frutto del grembo della Vergine
Ammirate il Dio Supremo nascosto nella carne
Salutate la divinità incarnata
Felice come uomo di stare tra gli uomini
Gesù, il nostro Emmanuele
Udite! Gli angeli araldi cantano
"Gloria al neonato Re!"

Ave al Principe di pace nato dal cielo!
Ave al Figlio della Giustizia!
La luce e la vita porta a tutti
Sorto con la guarigione nelle Sue ali
Mite Egli posa la sua gloria ovunque
Nato quell’uomo per non morire mai
Nato per crescere i figli della terra
Nato per dar loro la seconda nascita
Udite! Gli angeli araldi cantano
"Gloria al neonato Re!"

©Pubblico Dominio




Pochi giorni ormai è sarà disponibile il nuovo cd con canti natalizi di Cecilia Zanzi, titolo: 'Glory'. Otto canzoni, fra le quali questa: 'Udite! Gli Angeli Araldi cantano'

Quarta generazione: la giovane poesie



Interessante spazio poetico stamani, sabato 29 novembre (ore 10.30, Salone Estense, via Sacco, Varese). Verrà presentato un cofanetto con due volumi. Il primo è la ristampa anastatica di un'antologia poetica che ha fatto storia, 'Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), curata da Piero Chiara e Luciano Erba, pubblicata nel 1954 da Editrice Magenta di Varese. "Un volume da tempo esaurito e molto richiesto" dice Dino Azzalin, poeta-editore che ha fondato la Nuova Editrice Magenta, "quindi meritevole di essere ripubblicato in copia anastatica. Qui abbiamo le prime prove poetiche di autori che hanno fatto la storia della poesia italiana del dopoguerra: Pasolini, Merini, Turoldo, Zanzotto, Spaziani, tanto per fare qualche nome." Il secondo volume del cofanetto è un libro curato da Serena Contini: 'Gli anni di Quarta Generazione. Esperienze vitali della poesia.' Contiene il carteggio inedito del dialogo fra Luciano Anceschi, Luciano Erba e Piero Chiara.
Io, grazie ad un dono dell'amico Dino Azzalin, ho la fortuna di possedere (foto) una copia originale dell'antologia poetica, che conservo con cura.

Giancarla, Chiara e un morto di troppo

                                                                                             foto carlozanzi



Tutte le sedie occupate stasera, al piano -1 della libreria Feltrinelli, per la presentazione del nuovo romanzo della Agatha Christie varesina, e cioè Giancarla Giorgetti. Grande amante del giallo classico inglese, la Giorgetti da qualche anno ha deciso di imitare la più famosa giallista britannica, ed eccola al secondo romanzo, 'Assassinio in sagrestia', edito da Pietro Macchione. A tenere a battesimo la nuova storia di morte e di ricerca dell'assassino, le scrittrici Barbara Zanetti e Chiara Zangarini. Presente l'editore, come già detto sala piena ma presente soprattutto lei, Giancarla Giorgetti, che ha rimesso in pista (dopo 'Il quadrato del cerchio') Chiara Dolci, la giovane detective che, con pazienza e grazie all'aiuto dei suoi amici, risolverà l'enigma di una sagrestia poco sicura, luogo del delitto. Chiara Dolci, amante del cioccolato e dei dolci in genere (il cognome non è casuale), ma soprattutto giovane curiosa e ricercatrice della verità, non lascerà deluso il lettore. I luoghi? In copertina abbiamo la chiesa di San Giorgio a Biumo Superiore (in una visione speculare, come è affidato ad un gioco degli specchi la successione narrativa), ma in realtà si tratta di un luogo di fantasia, immaginato più a Biumo Inferiore (dove la scrittrice vive), con un asilo (l'Asilo Macchi Zonda) vicino alla chiesa. Da stasera il volume è in distribuzione nelle migliori librerie della città e della provincia. 
I miei complimenti a Giancarla. 

Assassinio in sagrestia



Questa sera, venerdì 28 novembre, ore 18, libreria Feltrinelli di corso Moro, a Varese, presentazione del romanzo di Giancarla Giorgetti, 'Assassinio in sagrestia' (Pietro Macchione editore). Sarà presente l'autrice, intervistata dalle scrittrici Chiara Zangarini e Barbara Zanetti

Mare d'inverno

                                                                                             ph valentina zanzi




MARE D’INVERNO
di carlozanzi

Il mare, d’inverno, è soprattutto
quello di chi di mare vive e dopo muore,
gettando reti, sognando solo pesci.

E’ un bagnasciuga di giacche e di stivali,
ringhiano sassi e corrono ricordi
di un’estate passata a miglior vita.

L’onda al mare, in inverno, è muta e quieta,
il sale, dentro il freddo, è meno sale,
il sole, basso, si coglie stando in piedi
o seduti, con la giacca sotto il culo.

Mi fascio nel Moncler e guardo a sud,
il sole annega, risorge in mari caldi;
mi piomba addosso un buio doloroso,
abbraccio la mia dea cercando Dio.






la foto è di valentina zanzi  (valentina.zanzi@yahoo.it)



giovedì 27 novembre 2014

Alan, storia di un sogno



Verrà presentato domenica 30 novembre, ore 16, nel Salone Cooperativa di via Farioli 2, a Porto Ceresio, il libro di Andrea Fogarolo
ALAN, STORIA DI UN SOGNO
(D'Este edizioni, prefazione di Vito Di Tano, campione di ciclocross)
E' la storia della Alan, una piccola fabbrica di telai per bici da corsa di Saccolongo (Padova), nata nel 1972, la prima ad aver creato telai in lega d'alluminio e fibra di carbonio. Hanno scelto telai Alan campioni quali Baronchelli, Battaglin, Thevenet e Lejarreta.
Un libro che certa troverà estimatori fra i molti cicloamatori della nostra zona.
(in foto, la mia bici da corsa, che non monta telaio Alan ma è in alluminio, con forcelle anteriori in carbonio)

O Santa Notte

Oh Holy Night
John Sullivan Dwight/Traditional

Oh, holy night!
The stars are brightly shining
It is the night of the dear Savior's birth
Long lay the world in sin and error pining
Till he appear'd and the world felt His word
A thrill of hope the weary world rejoices
For yonder breaks a new and glorious morn

Fall on your knees
Oh, hear the angels' voices
Oh, night divine
The night when Christ was born
Oh, night divine
Oh, night, Oh night divine

©Public Domain

----------------------------

O Santa Notte
John Sullivan Dwight/Tradizionale

O, Santa Notte!
Le stelle brillano luminose
E'la notte della nascita del nostro caro Salvatore
Da lungo tempo il mondo è nel peccato e si consuma nella colpa
Finché egli apparve e il mondo udì la Sua pArola
Un fremito di speranza e lo stanco mondo gioisce
Da lontano sorge un nuovo e glorioso giorno

Inginocchiatevi
O, sentite le voci degli Angeli
O, notte divina
O, la notte in cui Cristo nacque
O, notte, o notte divina!

©Pubblico Dominio




Mancano davvero pochi giorni all'uscita di 'Glory', il nuovo cd di canti natalizi di Cecilia Zanzi

mercoledì 26 novembre 2014

E' pronto il Calandari d'ra Famiglia Bosina par ur 2015



Questo blog mostra in anteprima assoluta il 
Calandari d'ra Famiglia Bosina par ur 2015 
che verrà ufficialmente presentato il 6 dicembre a Villa Recalcati, durante la tradizionale Cena degli Auguri natalizi della Famiglia Bosina. In copertina la Villa liberty Poretti. Mi è parso bello accostare questo n° 60 del volume con il n°1 (anno 1956), che ho avuto in prestito da nostro Re bosino Natale Gorini. Il formato è lo stesso, tale è rimasto in tutti questi anni, così come lo spirito della pubblicazione (e della Famiglia Bosina), riassunto dal primo Regiù Ermenegildo Trolli (padrone del Calzaturificio di Varese) con le seguenti parole: 'Valorizzare il passato della nostra Varese e tenere bene gli occhi aperti sul futuro.'

Gioia ferita

                                                                                                   foto carlozanzi


Ecco la chiesetta di Sant'Eusebio, a Morosolo, avvolta dalla nebbia. Un'immagine riposante, non violenta, perché la nebbia è un po' come la neve, avvolge, attutisce, nasconde le rughe. E uno ne gioisce. Ma la mente (e non solo la mia) purtroppo va oltre, pensa alla nebbia tutta intera, ai pericoli della nebbia, ad esempio più o meno all'ora di questa mia foto, verso le 16.30, un ciclista veniva investito mortalmente da un Tir in una rotonda di Gallarate, e credo che la nebbia abbia avuto la sua responsabilità. 
Per questo la mia è sempre una gioia ferita. 

La Popa

                                                                                     foto carlozanzi



Fra le varie caratteristiche di mio padre Mario vi è anche quella che inventa nomi caratteristici. Lo ha sempre fatto, soprattutto quando eravamo bambini e lui si divertiva a creare neologismi, atti ad indicare peculiarità di oggetti o persone, soprannomi ridicoli, storpiature, utilizzo personalissimo della lingua straniera eccetera. Ad esempio, il suo famoso succo di frutta (ottenuto facendo bollire frutta matura) lo chiamava SuperBaby! Una volta la settimana ripenso a questo aspetto di mia padre, perché più o meno una volta la settimana mi reco in un noto supermercato cittadino ed incontro una lavoratrice, nata  e cresciuta nel mio quartiere d'infanzia, che aveva ottenuto da mia padre l'onore di un soprannome: la Popa! Perché tale definizione? Che ne so, forse perché era una bimba (ha più o meno la mia età) con il viso tondo, forse perché era un po' robusta...una volta la settimana ritrovo la Popa, risento mio padre che la nomina, guardando verso il suo balcone in alto, mi rivedo coi pantaloni corti...

Pensare

                                                                                  foto carlozanzi


Beati coloro che pensano che pensare sia controproducente, che s'accontentano di intuizioni infantili, di speranze infantili, di ragionamenti che si sviluppano nel breve periodo. Pensare a come tornare bambini: questo è un pensiero sano. 

martedì 25 novembre 2014

La Canzone degli Occhi e del Cuore

                                                                                                ph attilio aletti


Nel 1980 il cantante Claudio Chieffo e  il musicista varesino Stefano Dall'Ora scrissero La Canzone degli Occhi e del Cuore, un motivo che è sempre piaciuto a mio fratello Marco. Mock ha voluto arrangiare questo brano, che è stato cantato da sua figlia Cecilia. Lo si può scaricare da Internet (Amazon, Itunes....) o preferibilmente dal sito di Mock (www.piedmontbrothersband.com) al costo di 2 euro. Tale cifra andrà interamente al Banco Nonsolopane (www.bancononsolopane.org), che proprio il prossimo sabato 29 novembre effettuerà nei supermercati la tradizionale raccolta di generi alimentari.

Il compleanno di Fabio



Nel giorno del suo compleanno questa sera, mercoledì 26 novembre, alle ore 18, nella chiesa parrocchiale di Biumo Inferiore, verrà celebrata una Santa Messa per Fabio Aletti.

La canzone dell'Angelo




E siamo al testo del 6° brano del nuovo cd di Cecilia Zanzi. 'Glory' sarà disponibile dal 4 dicembre.


The Angel's Song
Marco Zanzi/Traditional

Now let us sing the Angel's song
That rang so sweet and clear
When heavenly light and music fell
On earthly eye and ear
To Him we sing our Saviour King
Who always deigns to hear
"Glory to God, Glory to God and peace on earth"

He came to tell the Father's love
His goodness, truth and grace
To show the brightness of His smile
The glory of His face
With His own light so full and bright
The shades of death to chase
"Glory to God, Glory to God and peace on earth"

He came to bright the weary ones
True peace and perfect rest
Because He loved us Jesus came
For us to live and die
Then sweet and long the Angel's song
Again we raise on high
"Glory to God, Glory to God and peace on earth"

©Public Domain

----------------------------------------

La Canzone Dell'Angelo
Marco Zanzi/Tradizionale

Lasciateci cantare la canzone dell'Angelo
Che è risuonata così dolce e chiara
Quando la luce celeste e la musica è scesa
Agli occhi e alle orecchie umane
A Lui cantiamo il nostro Re Salvatore
Che sempre si degna di ascoltarci
"Gloria a Dio, gloria a Dio e pace in terra"

E' venuto per dirci dell'amore del Padre
Della Sua bontà, verità e grazia
Per mostrarci la luminosità del Suo sorriso
La gloria del Suo volto
Con la Sua propria luce così abbondante e brillante
Per scacciare le ombre della morte
"Gloria a Dio, gloria a Dio e pace in terra"

E' venuto per rallegrare le persone sfiduciate
Vera pace e perfetto riposo
Gesù è venuto perché ci amava
Per vivere e morire per noi
Allora dolce e lunga la canzone dell'Angelo
Ancora ci eleviamo
"Gloria a Dio, gloria a Dio e pace in terra"

©Pubblico Dominio

Il racconto del mercoledì

                                                                                                                Masnago, monumento ai caduti   (foto carlozanzi)


novembre

di carlozanzi


Si giunge ad un’età nella quale, guardandosi indietro o buttando gli occhi in avanti, viene da dire: “Tutto qui?” E vi è un mese votato a dare sostanza a tale domanda: novembre. Un mese che non ha il Natale di dicembre, non è estate, non è primavera, già, è autunno, ma un autunno che, dalle nostre parti, sa di pioggia, di nebbia, di primo freddo che punge. Il “Tutto qui?” vale per ogni mese e stagione, ma calza meglio su novembre. Anche se l’imprevedibilità –nota costante dell’esistere- non risparmia l’undicesimo mese dell’anno. Così l’altro ieri pioveva e pioveva e pioveva, sberle di goccioloni contro le larghe foglie dei platani, schiaffi sull’asfalto, umido e freddo; ieri la nebbia, la poltiglia delle foglie cadute, colori che s’annacquavano sul fondo viscido, e oggi sole, caldo, vento leggero che stacca e regala piroette alle foglie ancora abbracciate ai rami, la luce che attizza la natura non più fradicia, stordita dalla pioggia, risvegliata da un anticipo di primavera. Per fortuna ci sono le stagioni, a dirci che la monotonia è un’invenzione degli uomini.
E il sole di oggi mi ha buttato fuori casa. Ora sto scendendo di buona lena, dopo aver scalato gagliardamente la rizzàda che mena alla Madonna del Monte. Non ho fede. Meglio, non ho certezza di fede, cristiano senza chiesa (direbbe Silone), però quella via di sassi e di cappelle la percorro spesso, non solo perché vietata alle auto.
Ho passato, in caduta libera verso Varese, l’edicola di Oronco con la Madonna del Valtorta, poi la chiesetta di Fogliaro, e ancora la rossa facciata della chiesa (falso romanica) di Sant’Ambrogio. Voglio arrivare in centro, dove abito, senza prendere l’autobus. Voglio esagerare. Una sfacchinata, per dire che il “Tutto qui?” forse è solo probabile. Gustare tutta la luce possibile, anche perché, con l’ora solare, è già buio a metà pomeriggio.
Ora sono nella piazzetta del rione pedemontano, che so dedicata al Milite Ignoto.
Ho una debolezza per gli ignoti soldati, per tutti i militi che sono morti in guerra. Ho il più grande rispetto per quel sacrificio, spesso non voluto, imposto, reso possibile dall’unità di intenti, dalle stesse canzoni, dallo stesso minestrone nella gavetta. Provo disgusto verso chi deride (oggi, pancia piena e ideali vuoti) certe morti in battaglia, affrontate solo perché un ducetto voleva sedersi al tavolo della pace, con mani insanguinate del sangue altrui, purché fosse di italiani, cadaveri da barattare per terra e potere. Ho compassione perché temo che avrei fatto lo stesso, che avrei detto sì, che non avrei capito sino in fondo, che avrei seguito la massa sin dentro l’enorme fossa comune che furono le due guerre mondiali. Ed è questa laica venerazione verso i troppi militi morti che mi blocca il cammino. Per questa ragione, ma anche perché vedo, ai piedi del monumento, una piccola folla. M’accosto, senza entrare nel gruppetto. Noto subito un prete. Non che ce l’abbia coi preti, per carità. Un tempo ero implacabile: mestieranti. Poi mangi pane e debolezza, sale e caducità, quindi capisci, giustifichi, solidarizzi. Questo mi pare un prete canonico, un prete con la faccia da prete, nato per fare il prete. Niente di interessante, dunque. Poche parole e passa il microfono da campo ad un tipo allampanato, anziano ma dritto di schiena; anche qui, non lunghi discorsi, voce un po’ impastata e (capisco che è il politico locale) deposizione di un vaso di crisantemi alla base del monumento.
Ho già notato, facendo con gli occhi la conta dei presenti, un signore elegante, ottant’anni tutti, soprabito di buona fattura e cappello da alpino, con i fregi da ufficiale. Nella successione degli interventi, tocca a lui. Gesti misurati, modi solenni, intuisco che porta dentro il mio stesso rispetto per i caduti, con l’aggiunta che lui ha visto, c’era, avrà perso amici, conoscenti, parenti. Legge un brano, da un libro (mi sfugge il titolo) di Victor Hugo.
Il vento leggero e tiepido scolla le foglie degli ippocastani, che danzano lievi toccando con rassegnazione i sassolini del selciato. Nella piazza e lungo la via Virgilio auto, gente che passa e urla, che canta e chiacchiera. Intorno al monumento un’isola di silenzio, e le parole scandite con enfasi dal vecchio ufficiale degli alpini. Che mi è simpatico, perché è fuori dal tempo ma è uno che ci ha creduto, e ci crede. Saldo ancora sulle gambe, nonostante l’età.
La modesta commemorazione mi regala la voglia di pregare.
Non è finita. Tocca poi ad un ometto originale, senza capelli, naso importante. E’ il solo che conoscerò per nome –o per soprannome- perché più d’uno lo invoglia: “Dai, Pasqualino…Sì, sì, la poesia…vai…”
Parla sciolto, con voce preparata. Senza allungare il brodo, fa capire che leggerà due poesie, in dialetto milanese, di un certo Carletto Pierotti, a suo dire un ottimo poeta; liriche che, precisa, saranno intonate alla circostanza. Il dialetto mi blocca ancora in quella piazzetta, in piedi, fra gente che non conosco. Il dialetto è la voce della mia infanzia; di più, è lo strumento che più mi approssima a mio padre e mia madre, morti non in guerra, ma sempre prima di quanto mi sarei aspettato; benché fare previsioni sulla morte sia segno di profonda incompetenza.
“La prima si intitola ‘I fior del lager’” dice il signor Pasqualino, e attacca: “In del campett dedree a l’infermeria,/sora la sabbia crèss l’erba gramegna,/la ven su a scepp, anca se gh’è l’ombria,/anca se gh’è nissun che la mantegna./”
Pasqualino prende fiato, segno che è finita la prima quartina. Riesco a distinguere le differenza fra il vernacolo milanese e quello che parlavano i miei. La cosa non mi disturba. E l’ometto prosegue: “I campaninn selvadegh se spanteghen/come on ricamm faa da ona man pietosa,/rampeghen sora i legn, poeu se dondinen/al gioeugh del vent, compagn d’on vell de sposa.” Altra paura. Colpi di tosse, voci lontane. Anche il traffico pare voler offrire un po’ di rispetto ai defunti. “Gh’hann minga de profumm. El so color/l’è smont istess de chi riposa sotta:/ghe fann capì ch’hinn minga deperlor,/anca se sora i cros gh’è scritt nagotta./ Hinn fior miss dal Signor cont el so amor./El nòmm el cunta niente: Lù je cognoss./Hinn fior senza profumm, senza color,/sbiavii de foeura…ma i radis hinn ross!”
Il lettore calca la voce sulla chiusura. Qualcuno accenna un applauso. Altri dicono “Bella!” e trovano, da parte mia, piena condivisione.
Non vi descriverò, riportandola per intero, la seconda poesie di Pierotti, sempre di buona fattura (per quanto possa capirne io di poesia). Dirò in sintesi che è la storia commovente di un padre che ogni giorno, di sera, va alla stazione e si ubriaca, in attesa del figlio che, caduto al fronte, non può più tornare da lui. Ma lui non ci crede. Non può crederci. Perché –questo lo dico io, non il Pierotti- nessuno può credere possibile la morte di un figlio. Nessuno può credere che si possa sopravvivere ad un tale lutto. Eppure i figli muoiono anche prima dei padri, e non tutti i padri muoiono a motivo di tanta sofferenza.

Dirò solo, per chiudere, che il mio volo verso il centro, favorito dalla discesa, è stato comunque molto leggero, sospinto dal vento e dal bisogno di pregare, dentro mulinare di foglie e arcobaleni di luce, nella novità e nella gioia, nella gioia frutto della novità. Pressappoco il contrario di quel “Tutto qui?”, da dove eravamo partiti.          

Buon inizio, cara Laura



Oggi mia nipote Laura ha dato inizio alla sua carriera lavorativa, con un impiego da fisioterapista vicino a Bellinzona. Molto bene. E allora non posso che augurarle una brillante carriera oltreconfine. Iniziò mio nonno materno Battista, con un impiego a Lugano. Poi fu la volta di mio zio Mario, ramo Ravasi, e ora già due mie nipoti hanno scelto il Canton Ticino come luogo di lavoro. Del resto la nostra amata Italia non è che abbondi come proposte lavorative per i giovani. Al di là della parlata davvero originale (si visiti, ad esempio, il sito 'elvetismi', dizionario ticinese...) i ticinesi mi stanno anche simpatici, sebbene mi pare davvero esagerato che considerino noi lombardi di confine gente del sud!!!!  Vorrei chiedere ad uno svizzero di lingua tedesca o francese il suo parere in merito alle genti di Lugano, Bellinzona, Mendrisio, Chiasso... 

rz

                                                                                                ph valentina zanzi




Amuùr a sesant’ann
di carlozanzi

A sesant’ann ma sunt inamurà,
in trüscia ‘l cöör anmò par una dona,
ma sunt spusà, a gh’ho tri fiö par cà
e ‘na prumesa dananz a la Madòna.

Epüür ul cöör al cùur e le l’è bela,
düü ugìtt ca fan passà tucc i magàgn,
dent ul me cò la brila me ‘na stèla,
ga pensi ‘l dì e la nott: destin vilàn.

Un nasin ‘me ‘n puntìn, e ‘na buchìna…
cent e mila surìs dumà par mi,
e l’è giùina, dulza e peverìna;
sa gh’è le gh’ho curàgg, sun mia stremìi.

Da paròll na fa pòcch, l’è mia ‘na miée,
preferìs stà visìn, i mè basìn,
i mè brasc, i carèzz, insema a le
vùga ‘l temp, cùur la vita, bel facìn.

Ga pias andà a balà, ga pias viagià,
durmì e vess ninàda me’n fiurìn.
E mi bali cun le, vöri pensà
dumà al so bèn, dumà a restag visìn.

La so vùus l’è ‘n amuùr, la ta dislèngua,
i manìn paran fai da purcelàna,
i cavei curt e d’or, gh’è mia ‘na lengua
par dì, cunt i paròll, la mè matàna.

Ma par da viv dabùn un gran bel sögn,
cumànda le, smurfiùsa e piscinìna;
la me dona da piang gh’ha no bisögn:
sunt ul so nònu, e le la me neudìna.
                                                   




Amore a sessant’anni

A sessant’anni mi sono innamorato,
in trambusto il cuore ancora per una donna,
ma sono sposato, ho tre figli in casa
e una promessa davanti alla Madonna.

Eppure il cuore corre e lei è bella,
due occhietti che fanno passare tutti i mali,
nella mia testa brilla come una stella,
ci penso giorno e notte: destino villano.

Un nasino come un puntino, e una bocchina…
Cento e mille sorrisi solo per me,
ed è giovane, dolce e peperina;
se ce lei ho coraggio, non sono spaventato.

Di parole ne dice poche, non è una moglie,
preferisce stare vicina, i miei bacini,
le mie braccia, le carezze, insieme a lei
vola il tempo, corre la vita, bel faccino.

Le piace andare a ballare, le piace viaggiare,
dormire e essere cullata come un bambino.
E io ballo con lei, voglio pensare
solo al suo bene, solo a restarle vicino.

La sua voce è un amore, ti scioglie,
le manine sembrano fatte di porcellana,
capelli corti e d’oro, non c’è una lingua
per dire, con le parole, la mia follia.

Mi sembra di vivere davvero un gran bel sogno,
comanda lei, smorfioso e piccolina;
la mia donna non ha bisogno di piangere:
sono suo nonno, e lei la mia nipotina.


la foto è di valentina zanzi (valentina.zanzi@yahoo.it)



Perdere tempo

                                                                                              foto carlozanzi


Il nostro benessere richiede anche la cosiddetta perdita di tempo, che invece per me è tempo guadagnato. Abusiamo della nostra resistenza fisica e psicologica, ci riempiamo di impegni (anche per evitare di pensare), a volte sono impegni imprevisti e inevitabili, ma altre volte (e dite che non è vero!) siamo noi che ce li andiamo a cercare, salvo poi pentirci, perché capiamo che vorremmo staccare ma non ce lo possiamo permettere. Perdere tempo può essere anche segno di umiltà, senz'altro ammissione di comprensione della realtà. Quanto stress per abuso di competitività, per la paura di non fare abbastanza, di non 'ingozzare' il tempo di fatti che testimonino la nostra vitalità. Ma la vitalità richiede anche la capacità di sdraiarsi, chiudere gli occhi, sentire il corpo che ti ringrazia, non pensare assolutamente a nulla.