venerdì 28 febbraio 2014

Herbert 26


Herbert
di franco hf cavaleri


“Con oggi è in lista di attesa, se arriviamo in tempo, vedrà che ce la faremo.”
E’ così che è partito il “count down”.
36
E’ scattato il conto alla rovescia in una vita che ti sforzi di vivere uguale a prima, mattina dopo mattina, notte dopo notte, immaginando un precario futuro di dubbi.
Quella domenica sera, sono passate poche settimane, ti sei messo a guardare per pigrizia dallo schermo i risultati del calcio.
Tra un attimo avremmo pensato alla cena.
Squilla il cellulare.
“E’ l’ospedale. La stiamo aspettando.”
Come fosse vero, l’incubo angosciato fece trasalire Herbert, quasi togliendolo dal torpore frammisto di pensieri e di stanchezza in quella notte di fuga.
Così presto?
Eppure lo sapevi che eri nella lista degli urgenti, ti viene da piangere lo stesso.
Non sei più te, come automa svuotato di pensiero ti portano in reparto, ecco il chirurgo che ti parla, ti dice che sarà con gli altri in sala operatoria, non appena verificati gli ultimi controlli.
Strano, non sei per niente agitato, emozioni non ne hai neppure una.
Forse perché la tua vita non è più tua.
Ti spogli, sali sulla barella, un ultimo sguardo a Grace, al suo viso umido che ti dice di avere coraggio, quello di cui anche lei ha bisogno.
Herbert non può più aiutarla.
Grace lo vedrà, molte ore dopo, in un lettino di rianimazione, trafitto di aghi e di sonde e di cateteri, tenuto in un sonno artificiale.
E’ vivo, le dicono che l’intervento è andato bene, che ora c’è solo da aspettare.
Quanto tempo sarà passato, forse un giorno e forse di più.
Gli occhi non si aprono, eppure bruciano di una luce rossa che trafigge le palpebre.
Dove sei? Chi sono?
Gente è vicino a te, ti sembra di respirare qualcosa di strano, provi fastidio e muovi il viso per spostare dal naso la mascherina che ti porta un ossigeno dal sapore aspro.
Tenti di muoverti. Ti sforzi di pensare.
Sul muro davanti a te i cristalli di un orologio scandiscono un tempo che non passa mai, in uno spasimo che ti sconvolge: che ti stanno facendo?
No, no, non è il tempo per sognare, nella rigida inerzia, ma con rabbia pensare, o forse rassegnazione, il passato, tutto intero, frazionato, istante per istante, le immagini lucide -almeno loro scatenate- in ebbro tumulto nella mente che spasima il passare millesimato d'ogni attimo indifferente.
Il caricatore impazzito di un proiettore stana dai meandri del cervello le diapositive della vita, come se tu le vivessi tutte d’un colpo, in esse galleggiando, in un solo lampo tutto assieme, l’amore e l’odio del tuo tempo vissuto.
“No, perché mi odiate? Non ho rubato la vita a nessun altro… è a me che toccava, non è colpa mia se qualcun altro sta ancora soffrendo.”

26-continua

Ideale

                                                                                                   foto carlozanzi


Quando ero giovane, sacrificavo i desideri sull'altare dell'ideale. Oggi penso che l'ideale sarebbe riuscire a realizzare tutti i propri desideri.  

Dormire



Quando ero giovane pensavo che dormire fosse una gran perdita di tempo. Oggi penso che dormire sia molto rilassante.

Fuori i manoscritti dai cassetti

                                                                                            foto enrico lamberti

Fuori i manoscritti dai cassetti...oppure sotto a scrivere. C'è tempo sino al 2 maggio 2014 per partecipare al Premio Chiara per inediti. Bisogna avere più di 25 anni e racconti (almeno tre) per un totale di circa 160.000 battute (spazi inclusi) mai apparsi in riviste o sul web. Chi ha la penna veloce e non ha niente di pronto può ancora farcela, mancano più di due mesi. Per ulteriori informazioni: www.ilfestivaldelracconto.it

Herbert 25


Herbert
di franco hf cavaleri


Era lo stesso amore che così tanti anni dopo era lì, vivo.
“Ma che sto facendo? Non sto fuggendo da lei e dai ragazzi, perché sto scappando da me stesso. Come posso pensare di non avere Grace al mio fianco anche in questa battaglia che mi sta arrivando addosso. Noi non abbiamo forse lottato sempre? Sempre assieme puntato alle nostre mete e ai nostri obiettivi? Sempre in cammino per raggiungere il massimo dalla vita?”
Stava albeggiando nella camera dell’albergo mentre si schiarivano le acque del fiume, Herbert si era alla fine appisolato sulla poltroncina, mentre sognava come in un film quel che sarebbe successo, fotogramma per fotogramma della vicenda di un futuro che sembrava scritto nel presente.
Sì, con Grace a fianco, avrebbero cercato.
Qualche medico, anche di gran fama, li avrebbe scaricati di brutto.
“Troppo avanti negli anni per un trapianto, sì è vero che sia l’unico vero rimedio per combattere il male, ma non spreco un organo per lei, alla sua età.”
Avrebbero sofferto questo non sapere cosa fare, questa sentenza di chiusura che pure non poteva annichilire la speranza. Perché tra la speranza e il terrore di un intervento estremo, così Herbert si sarebbe dilaniato, atrocemente enumerando e svelando tutti i rischi di un intervento chirurgico così importante, in sensazioni che Grace e i ragazzi non potevano comprendere o forse che più semplicemente tentavano di nascondere a lui e a loro stessi. Per farsi coraggio.
Poi in un altro ospedale sarebbe venuto fuori che il trapianto si potesse fare, sarebbe bastato verificare con test su test che ci fosse l’idoneità. Non che Herbert ne fosse alla fine convinto, anzi il trovarsi in un ambiente più che professionale ma del tutto indifferente al suo carico di umanità lo avrebbe lasciato non solo con tutti i dubbi “tecnici”, ma anche con una reticenza di fondo per nulla tranquillizzante.
Avrebbero comunque cercato ancora, avrebbero tentato fino a quando non avrebbero ascoltato il parere di quell’ultimo dottore, nell’ennesimo ospedale.
Il chirurgo non aveva fatto grandi discorsi nell’accettarlo tra i suoi pazienti da operare, con semplicità toccando una profonda corda emozionale e mostrandogli di conoscere e di capire l’animo dell’uomo in cerca di aiuto.
Poche parole solamente: “sia positivo, non si arrenda.”
Non c’era stata sola tecnica e non la sola professionalità, ma anche la capacità di mostrarsi uomo di fronte a un altro uomo.
Sapevano già che sarebbe cominciata la sequela degli esami, un massacro di prove che alla fine avrebbero detto una cosa sola, che il male era circoscritto, che l’organismo non era compromesso, che si poteva fare.
Nel dormiveglia agitato dell’albergo di Firenze si era buttato vestito sopra il letto, Herbert confondeva i suoi pensieri, trasalendo come in un incubo, come se già vedesse i suoi giorni a venire.

25-continua

La Vidoletti vince a Torgnon

                                                                                         foto carlozanzi


Si sono disputate ieri a Torgnon le fasi provinciali dei Campionati Studenteschi di sci alpino e snowboard. Molto bene la Vidoletti, che ha vinto nella classifica a squadre sia con le cadette che con i cadetti. Va detto che hanno preso parte, in tutta la provincia di Varese, solo quattro scuole medie, una partecipazione davvero deludente. Del resto i continui tagli finanziari alla scuola non incentivano certo i prof. a partecipare ai Campionati Studenteschi. Vedremo se le promesse del neopremier Renzi, che molto punta sulla scuola, avranno un seguito. Ciò nulla toglie al valore del buon comportamento degli alunni Vidoletti, seguiti dal prof. Enrico Piazza, grande sciatore, che avrà immagino fatto da apripista alle gare, come suo costume. Ecco comunque la classifica Vidoletti, che si qualifica per le finali Regionali, in programma l'11 marzo al Passo dell'Aprica:



TORGNON  27 FEBBRAIO 2014
PROVINCIALI DI SCI ALPINO

CADETTE
1-GILLING BENEDETTA   59”65
2-PONTI EMMA          1’05”16
3-BONARIA RACHELE     1’08”26
6-BERENGAN SARA       1’15”71
7-MARE’ ALLEGRA       1’18”81
8-CARCANO MARTA       1’19”29

CADETTI
2-CARLUCCIO FILIPPO   1’01”83
3-FACHINI CARLO       1’02”81
4-BECCIA CLAUDIO      1’03”73
5-MIGLIORI PIETRO     1’06”19
SQ BALLERIO STEFANO
SQ COPPA MASSIMILIANO

SNOWBOARD
2-TRIACCA ANDREA      1’41”99
SQ MARONI NICHOLAS




giovedì 27 febbraio 2014

Prima di stravaccarmi

                                                                                              foto carlozanzi


Prima di stravaccarmi sul divano, lasciando pigramente che la melassa televisiva mi conduca nel sonno che tutto annebbia, ringrazio (non so se me stesso o Dio) per il poco bene compiuto oggi, magari solo una telefonata: certamente è questa che mi salverà.

Buon compleanno, Alessandro



Felice compleanno a mio nipote Alessandro

Herbert 24


Herbert
di franco hf cavaleri


“Ma io mi sento di appartenere a voi, voi e la mamma siete l’unica cosa che è veramente parte di me. Dicono che si chiami amore, a volte fa anche soffrire. Mi troverete sempre. Papà.”
Eppure con Grace, da scrivere non poteva avere proprio nulla, se così avesse fatto sarebbe sembrato a Herbert come di tradirla, di sconfessare tante e tante cose sentite e vissute assieme, spalla a spalla ogni giorno, anno dopo anno.
Com’è che diceva quel proverbio? “Un maccherone e una lasagna, Dio li fa e poi li accompagna…” In affetti e dopo quarant’anni di vita assieme, che aggettivi puoi mai trovare per un rapporto di coppia? Non ce ne sono di bastanti, né servono. Dire che tu sei sempre stato prepotente e che lei ti ha accettato per com’eri? Dire che ci sono state liti e incomprensioni? Dire che il vostro amore è una “cosa grande”?
Sarebbero comunque parole inadeguate per una storia bella, profonda, solida.
Forse si potrebbe parlare di intensità e di passione, come di bollicine effervescenti in un qualche calice di spumante messo a costellare e a scandire momenti particolari, ma ricordando che ben più importante è il gustare tutti i giorni la meravigliosa normalità di un bicchiere di buon vino rosso.
C’era già stato, un lontano ieri, il dramma a metà vita, quand’era incappato in quel bruttissimo incidente mentre era per lavoro a Londra, da solo e dovendo ricorrere alle cure abbastanza pesanti dei dottori.
In ospedale l’avevano ricucito, era stato veramente un morire e un rinascere con quei giorni in cui aveva Grace vicino, lei era volata in fretta e furia a sostenerlo e solo quando s’era rimesso un po’ in sesto era tornata a casa, in attesa che anche lui rientrasse in patria, ristabilito.
Proprio allora, proprio in quel tempo Herbert aveva avuto la prova di come l’amore potesse arrivare a essere inspiegabile, a creare misteri della psiche, a seminare dubbi di un qualcosa che va oltre.
Chissà, neppure serve il ragionarci sopra. Va accettato, punto.
Herbert era nel suo letto nella clinica londinese, quel giorno che Grace stava tornando in aereo a casa. C’era anche lui con lei, lo sapeva come le fosse davvero seduto a fianco. Sentiva il suo spasimo mentre l’apparecchio sorvolava in circolo l’aeroporto, sapeva come lei che non sarebbe atterrato subito, né altri aerei l’avrebbero fatto.
Girando in tondo attendevano il termine di uno sciopero degli uomini del soccorso.
Herbert era con la sua donna, mentre Grace scandiva il lento passare dei minuti, l’accumularsi del ritardo nel prendere la via di terra, poi il barlume che attenua l’ansia mentre il comandante annuncia l’approssimarsi della manovra di atterraggio, ecco le ruote che toccano terra, il tuo sospiro di sollievo, la paura che si scioglie nella fretta di essere fuori dall’aereoporto.
Herbert tutto questo sentiva mentre stava nel suo lettino straniero, attimo per attimo in simultanea con lei e quando lui potè telefonarle e la sentì, già sapeva di quanto Grace gli stava raccontando. Aveva guardato l’orologio, eppure era successo, tutto coincideva fatto per fatto, sensazione per sensazione, frazione per frazione anche nel fissare lo stesso momento nel differente fuso orario.
Come lo vuoi chiamare? Forse amore.

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mercoledì 26 febbraio 2014

FitoConsult, sponsor Vidoletti



La ditta FitoConsult del mio amico Daniele Zanzi compie oggi 32 anni. I miei auguri arrivano ricordando fra l'altro che la FitoConsult, anni fa, sponsorizzò magliette Vidoletti che ancora indossano i nostri ragazzi sui campi di gara. 
Auguri a Daniele e a tutta la FitoConsult.

martedì 25 febbraio 2014

Un sano 'delirio di onnipotenza'



Ma voi pensate che un Berlusconi, un Grillo, un Renzi si facciano condizionare dal meteo infelice? Certo che no. Chi si sente investito in ruoli da salvatore della Patria ha ben altro in testa. Ebbene, un sano 'delirio di onnipotenza' fa bene a tutti, rivitalizza e scuote. Ognuno di noi ha qualcosa da salvare, prima di tutto se stesso. 

Herbert 23


Herbert
di franco hf cavaleri



...era lì, lontano da casa, per ottenere una risposta

“Sì, è un carcinoma.”
Alla fine Herbert era riuscito a rompere la cortina di silenzio dell’infermiera: “guardi che lo so, l’ho già capito, le sto chiedendo solo di leggere il referto.”
Aveva barato, non lo sapeva, ma lo temeva. L’infermiera lo aveva guardato, ai suoi occhi era apparso come un uomo forse quieto, ma sicuro di se stesso, lei mai avrebbe indovinato come in quegli stessi attimi gli si stesse frantumando dentro tutto.
Lui si sforzava di essere come quelle persone, che anni di lavoro e di rapporti sociali avessero abituato a presentarsi dietro una celata fuorviante, quasi inespressiva.
Lei gli aprì davanti la cartella clinica per estrarre l’esito della biopsia, lui lesse le poche righe, la chiara e implacabile parola: cancro!
“Così, all’improvviso, eccoti davanti al tuo traguardo, ti hanno messo addosso una data di scadenza. Ora che fai? Alla tua donna, glielo dici?”
L’impulso a serrarsi in se stesso era stato più forte, era scappato via, via anche dai suoi stessi cari, come se così facendo potesse cancellare, annullare la realtà.
Come se, andando lontano, potesse rimettere le cose a posto.
Ora, nella penombra della sua camera d’albergo Herbert non dorme, sta seduto davanti al foglio bianco, da riempire di quelle parole che avrebbe dovuto dire accarezzando Grace, abbracciando i suoi figli. Passano lente le ore della notte, nella lettera vorrebbe delineare un bilancio, quello dei suoi rapporti con i figli, così diversi tra di loro, eppure talmente simili a guardarli nel profondo.
C’era una domanda da fare, importante.
Quand’erano piccoli era così bello vedere i loro occhi ipnotizzati mentre Herbert leggeva il consueto raccontino della sera, prima di metterli a nanna.
Come è stato possibile che passo dopo passo la figura affettiva di padre fosse stata sopraffatta da un ruolo categorico, scostante.
Già, prima di partire con la scusa di un oscuro convegno di lavoro, aveva preparato per loro quelle lettere personalizzate, che aveva sì scritto, ma che non erano mai state spedite. Ora aveva deciso di lasciarle da parte, soltanto ne stava ricopiando la chiusa, era quanto potesse contare davvero.
“Non so fino a che punto sono stato un padre all’altezza, troppo rigido sicuramente. So però di volervi bene, forse con differenti manifestazioni, ma in maniera uguale per voi, nonostante il mio carattere chiuso. La mia vita è stata per anni vissuta da solitario e lo stare solo non mi ha mai creato problemi, in fondo ci sono abituato. Pensando agli altri, per quanta gente io abbia incontrato nella mia vita, non ho mai esitato a lasciare per strada questa o quella persona, troncare questa o quella esperienza: semplicemente stacco la spina.”
Stava per ripiegare il foglio, poi comprese che ancora una volta stava tralasciando di dire le parole più importanti, quelle che contano per davvero.

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Ricerca

                                                                                            foto carlozanzi



RICERCA
di carlozanzi


Non abbandono, non rinuncio al pensiero.
Voglio tergere il volto al Dio prezioso.

Stupìto di perché ritorno bimbo.
Busso alla porta, mi abbasso, spio nel buco.

Carlo Zanzi   UN ANNO Gabrieli Editore 1988

Il racconto del mercoledì

                                                                                             foto carlozanzi


Qualche anno fa ho scritto alcuni racconti brevi per bambini, diciamo delle elementari. Ecco, questo è un esempio.



Dal paese di qua al paese di là

di carlozanzi


Dal paese di qua al paese di là
c’è una strada sicura, lì si corre e si va.
E’ una strada che ha un nome, chi lo indovinerà?
Dal paese di qua al paese di là.

Era un indovinello che gli aveva insegnato sua madre. Avrà avuto…sei anni no, perché non andava ancora in prima elementare.
“Marco, puoi farmi solo tre domande, ti dò massimo tre aiuti” gli aveva detto la mamma, che per lui era anche suo papà, morto l’anno prima di quell’indovinello.
Tre domande? E lui aveva chiesto anzitutto qual era il paese di qua.
“E’ Rivabella, è il tuo paese” gli aveva risposto Marta, sua madre.
“Il mio paese? Il mio paese, e allora il paese di là è Porticciolo.”
Risposta ovvia, perché Porticciolo era il paesello proprio di fronte a Rivabella, sulla sponda opposta del lago. Un piccolo lago che permetteva di vedere l’altra riva anche nelle giornate non proprio serene. Solo quando calava la nebbia fitta i rivabellesi non potevano salutare i porticciolesi.
“No, non è Porticciolo. Usa la seconda domanda. Senza il mio aiuto non ci arrivi” gli aveva detto la mamma, incuriosendolo.
Marco ci aveva provato con altri nomi, ma senza successo. “Cedo. Dimmi questo paese di là.”
“Guarda, prima o poi ci andiamo tutti. E non tutti lo chiamano alla stessa maniera. Dai, ora ci puoi arrivare da solo.”
Marco si grattò la testa, chiuse gli occhi per concentrarsi meglio, e quando gli venne in mente quel nome provò allo stesso tempo una sberla di tristezza.
“Allora è il paese dove è andato papà.”
“E’ proprio quello…adesso i paesi ce li hai. E hai ancora un’ultima domanda.”
Marco avevo posto anche quell’ultima domanda, ma il nome della strada non era stato capace di trovarlo. E non ce l’aveva fatta neanche quando Marta, impietosita dalle sue suppliche, gli aveva detto: “Il nome della strada fa rima con indovinerà…basta, mi hai chiesto anche troppo, come al solito mi sono lasciata impietosire. Stop, altro non ti dico.”
Rima con indovinerà? Ancora un'altra grattata di testa, una strizzata di cervello e la parola fatale: “Mamma, cedo.”
E il nome era stato infine rivelato.
***
Da quella confessione erano fuggiti in avanti, veloci e in saliscendi, rapiti e lenti, ottant’anni e forse più. Marco era un vecchio signore, ancora in cammino dal paese di qua al paese di là. In cammino nonostante da Rivabella non si fosse mai mosso. Orfano di padre, a militare non c’era dovuto andare. Studiare aveva studiato poco, il minimo, pochi chilometri sino alla cittadina dove si trovava la scuola media. Licenza di scuola media inferiore, non di più, perché per fare il giardiniere non occorrevano né diplomi né lauree. Era di Rivabella anche la sua morosa, Matilde, figlia del panettiere, panettiera anche lei. Sposi a Rivabella, casa a Rivabella, figli di Rivabella.
Eppure Marco camminava. Sulla strada dell’indovinello. Risposta giusta che aveva provato a far azzeccare alle persone a lui più care: la moglie, i figli, gli amici. Nessuno aveva trovato la risposta.
Quando, infine, l’aveva rivelata, non è che avesse ottenuto grandi ooooohhhhhh di meraviglia. “Ah, sì, certo, già già, e sì, ci può stare, in effetti, dal paese di qua al paese di là…”
Eppure Marco, che su quella strada ci camminava da una vita e che, grazie a quella parola rivelatrice, ci camminava spedito e con soddisfazione, non comprendeva quella tiepidezza.
Poi rimase solo. Gli morì la moglie Matilde, i figli e i nipoti avevano i loro affari, i loro grattacapi e soprattutto nessuno abitava a Rivabella.
Solo ma ancora in salute. Così pensò che era giunto il momento di aumentare il suo pubblico. Quando Marco partì da Rivabella era il 17 settembre del 1970.
***
Girò a lungo, paesi vicini e poi sempre più lontani. Era il vecchio dell’indovinello. E nessuno indovinava. Così il vecchio Marco disse: “Non mi fermo finché uno non ci arriva da solo.”
Naturalmente la risposta cominciò a girare, quindi Marco divenne “il vecchio dell’indovinello, con la risposta che si sa, e che è…”.
Marco non si perse d’animo, preferì rivolgersi ai bambini, sperando che alle loro orecchie non fosse nota la soluzione dell’indovinello.
E arrivò un brutto giorno, il brutto giorno che prima o poi capita a tutti. No, non il giorno della morte. Peggio. Tre persone cattive, di quelle che hanno la cattiveria che ha infestato di erbacce il cuore, cercarono Marco, lo trovarono, lo rapirono e gli dissero, quasi parlando a uno che era meno uomo di loro: “Non siamo d’accordo sulla tua risposta. Non è quella la via giusta per andare dal paese di qua al paese di là. La parola è un’altra. Abbiamo ragione noi, e te lo dimostriamo.”
Lo picchiarono, lo legarono, lo tennero a digiuno, lo minacciarono e lo insultarono, così Marco provò il dolore forte, la fame tremenda e la paura barbina. Per la prima volta in vita (e di anni ne aveva quasi novanta) dubitò delle parole di sua madre. Forse Marta aveva torto, e lui aveva perso del gran tempo. Tutta una vita.
Una sera, la sua ultima sera, s’addormentò. Forse era un sogno o forse no. Vide un bimbo, cinque, sei anni non  di più, che gli veniva incontro. Lo salutò, gli offrì del cibo, lo risvegliò con carezze, sorrisi e baci sulla punta del naso. Felice, il vecchio Marco partì con l’indovinello.
Dal paese di qua al paese di là eccetera.
Il ragazzino si fece venire le rughe alla fronte dalla concentrazione, e poi disse: “Forse è…”
Azzeccò la risposta. Senza nessun aiuto.
***  
Esiste uno scrittore così cattivo, che a questo punto della storia non riveli la parola magica?
No di certo. Anche se sarei tentato di farla indovinare a voi, lasciandovi il dubbio.
E se la parola rivelata fosse una delusione?
Ma come può deludere la parola bontà?      


  


Ciò che appare può ingannare

                                                                                              foto carlozanzi

Stiamo accorti. Prudenti. Non confidiamo troppo sulla benevolenza, che siamo soliti regalare a noi stessi. Quel sorrisetto, che noi leggiamo come segno di ammirazione, potrebbe significare invece che quel tale sta pregando per i nostri peccati.

Evento Liberty al Salone Estense



Il mio amico Pietro Macchione, storico ed editore, ci regala (ci inteso come varesini) ancora un bel libro, che ripercorre la fortunata stagione turistica e liberty della nostra città. Titolo: 
'Varese, Kursaal e Palace Hotel'. 
Naturalmente: Pietro Macchione editore, collana I diamanti. L'appuntamento è per martedì 4 marzo, in Salone Estense, dalle 17.30 alle 19. Anzitutto verrà inaugurata una Mostra, con documenti e immagini d'epoca (la mostra rimarrà aperta sino al 7 marzo, orari 9/12-14.30/17.30). Quindi la presentazione del volume, infine musica e letture.

lunedì 24 febbraio 2014

Franco al Campo dei Fiori

                                                                                            foto carlozanzi


Caro Herbert Franco, ieri ho pensato anche a te, salendo in bici al Campo dei Fiori, alla tua scelta di 'riposare' per sempre sulla nostra montagna. E ho pregato.

Herbert 22

Herbert
di franco hf cavaleri



C’era qualcosa di molto costruttivo allora, in quella pur austera e rigida scuola.
Poi arrivarono gli anni della protesta, cose giuste per carità, ma era già un qualcosa d’altro, che andava oltre il grande e ingenuo desiderio di Herbert di “cambiare il mondo” e di farlo più giusto e più bello, ecologista in anteprima della natura e della società. Forse la sua, di generazione, è stata quella degli ultimi sognatori che credevano fermamente di non avere limiti, di poter fare tutto… finirono sfruttati e sgominati da un sotterraneo calcolo politico, furono come inglobati in nuove rigide categorie lontane, lontanissime.
Così per lui arrivò il momento di ritirarsi nel “privato”, anche se gli era impossibile cancellare la voglia di darsi da fare.
Era il tempo del volontariato, non solo partecipando a quello già strutturato.
Era l’occasione per essere volontario militante, costruendo nuove realtà come quel primo (entusiasticamente sgangherato) gruppo ecologico, oppure quello ben più importante di un gruppo di ascolto, o l’altro più delicato di assistenza ospedaliera.
Già, caro il mio Herbert, qualcosa di buono in fondo lo hai fatto anche tu.
Come nel lavoro, anzi nei lavori, perché ne hai “passati” di parecchi, abituato talmente a una molteplicità di incarichi e di settori, che veramente a fatica potresti rispondere a chi ti chiedesse: “che lavoro fai?”.
Tutti e nessuno.
C’era stato uno scotto da pagare, in questo tuo operare, che ti portava a un comportamento, diciamolo pure egocentrico, che non ti faceva dare alla tua famiglia tutto il tempo e l’attenzione che avrebbe dovuto, che invece avrebbero meritato la tua donna e i tuoi figli, il tuo vero e autentico mondo.
Ora, tutto d’un tratto, ti è esploso addosso improvviso e implacabile un gran bel problemino di salute, spazzando via tutte le certezze che hai sempre avuto in una vita che avevi creduto perfettamente tua.
Una esistenza ancora tua?
Per questo stai scappando, come se i tuoi cari tu volessi tenerli lontani dalla tua sofferenza, come se tu volessi cancellare l’angoscia.
E’ giusto questo?
Bisogna lottare, insieme?
Era lì, lontano da casa, per ottenere una risposta.


22-continua

Rebecca Eminem



Devo dire che la mia nipotina Rebecca Zoe cresce bene, e si dà già arie da rapper. Eccola in versione Rebecca Eminem.

Il primo Campo dei Fiori del 2014



Prima salita dell'anno, in bici, al Campo dei Fiori. Ancora tanta neve al cannoncino e sulle Alpi. No, non ho intenzione di ripetere le salite record del 2013, 112 Campo dei Fiori in un anno, anche perché nel 2013 ero senza skiroll ma quest'anno li compro nuovi. Però nel 2014 avrei due desideri: salire una volta con il mio amico Albert (sempre un po' recalcitrante), e una volta con Ugo e Sauro. In cima ho trovato il mitico Andrea Minidio, ex collega Vidoletti e ora prof al Liceo Artistico, giocatore di rugby, eclettico musicista, attore eccetera. Un personaggio.

Herbert 21


Herbert
di franco hf cavaleri


Stai crescendo senza essere abbandonato dai sogni d’evasione, sì è vero che ti aiutano a passare oltre una realtà scomoda, ma ti portano a contrasti in famiglia, all’insuccesso a scuola.
Ti affascina l’idea di girare il mondo in cerca dell’amicizia universale, in moto e con la musica, addosso l’eskimo, avendo nello zaino l’indispensabile e nulla più.
Per fortuna le cose poi cambiano, impari a trasferire in lavoro e in attività quello che ti senti nel cuore, ti crei qualche timida conoscenza prima e poi un giro di amicizie.
Chissà, avrai forse sbagliato a dire di no quando ti chiesero di entrare in un gruppo, dal quale uscirono anni dopo politici e amministratori, eri “duro e puro” e temevi gli inevitabili compromessi del “fare politica”.
Amavi piuttosto l’impegno e il volontariato.
Avevi spalato qualche badilata di fango, in un tempo in cui una scientifica protezione civile neppure si immaginava potesse esistere.
Ti buttasti nello sport, anche con una squadretta il cui scopo principale era quello di perdere il meglio possibile.
Ora sedeva sulla poltroncina ancora mescolando presente e passato, guardando fuori dalla finestra lo scuro del cielo fiorentino.
Herbert riviveva tutta l’angoscia lacerante di quand’era giovane, quel senso di provvisorio che prevaleva su tutto, che lo obbligava a dilaniarsi nel dilemma se continuare a studiare o trovarsi un lavoro: scelse di cambiare corso di studi, un salto nel buio, che riuscì a portare le cose in meglio.
Eppure in quella società cristallizzata che cominciava a rompere gli argini, avevi piano piano trovato la tua dimensione, una accettazione abbastanza convinta da parte degli altri. Anche se non sei finito nel libri della storia locale, tu fosti il primo a organizzare e a portare avanti uno sciopero di studenti, quando il Sessantotto era di là da venire. Non ne ricordava neanche più il motivo, ma era sicuramente per ottenere qualcosa di pratico e di concreto.
Mettere insieme un intero corso di studi davanti alla scuola e senza entrare, scorgere uno stupefatto preside caracollare fuori a minacciare prima e a trattare poi…
La spuntarono loro, i ragazzi, perché avevano la giusta “chimica” con molti dei professori, senza parlare di Herbert stesso, che li frequentava (anche un po’ invidiato dai suoi compagni) fuori della scuola: uscitine serali con uno, il pomeriggio a casa di quella di matematica, gli inviti a pranzo con la signora di scienze, i contatti informali con quegli altri, che pur provenivano tutti dalla scuola del “lei” con cui gli insegnanti interpellavano d’abitudine gli allievi.
C’era anche l’invidia dei compagni, eppure Herbert ci passava sopra quasi senza accorgersene, forte di abitudini quasi da “leggenda”. Starsene fuori dalla classe e bene in vista nei corridoi scegliendo così le lezioni da seguire, fare il tecnico nelle ore di scienze, concordare pubblicamente l’appuntamento serale con il “prof”. Del resto era solito fare i compiti in classe senza portarsi dietro vocabolari e fogli, ci pensavano gli altri a dargli tutto, compresa quella carta carbone con cui poi lui faceva copie a ricalco, prima di farle sfilare dietro agli altri: cose difficili da credere, vero?

21-continua

Merda di gatta



Mentre svolgo giornalmente mansioni ripetitive, noiose ma essenziali (come ripulire la sabbionaia dalla merda della mia gatta Amelie) penso in grande, progetto e sogno.

domenica 23 febbraio 2014

Cimberio Varese-Banco di Sardegna Sassari: 20-31 dopo il 1° quarto

                                                                                  foto carlozanzi


Alle 16.30, ora insolita, palla a due fra Varese e Sassari. Il pubblico a Masnagoc'è, la curva dice subito per che allenatore tifa, e cioè per Meo Sacchetti (foto), coach di Sassari. Nei primi minuti c'è equilibrio, con canestri a raffica da una parte e dall'altra. Banks opta per le scarpette fosforescenti color arancione (le altre sono verde pisello), da noi manca Scekic ma non gridiamo allo scandalo, loro sono al completo, freschi di Coppa Italia, gasati più che mai. E si vede: dopo 5' sono già avanti 11 a 18.  

Cimberio Varese-Banco di Sardegna Sassari: 44-54 a metà gara

                                                                                   foto carlozanzi

Ogni volta che vedo giocare Marques Green (a sinistra, eccolo di fianco a Drew Gordon, alto m 2,05), che è alto m 1,65, mi chiedo come faccia a giocare in serie A. Eppure ci riesce, e si fa vedere anche lui nel secondo quarto, facendo buone cose mentre il nostro lungo Johnson pasticcia, Ere non è in partita e Clark è troppo individualista. Eppure siamo lì, Sassari è avanti ma non fugge, 33 a 39 e poi 35 a 43 e infine 44 a 54. 

Cimberio Varese-Banco di Sardegna Sassari: 65-80 dopo il 3° quarto

                                                                                          foto carlozanzi

Siamo sotto di 15 ma c'è ancora qualche speranza. Il problema è che il cambio dei lunghi, cioè il passaggio da Hassel a Linton Johnson (foto sotto) è il classico dalla padella alla brace. Il Presidente pare spaesato, quando è sotto fa sempre un palleggio di troppo, non schiaccia, conclude e la palla sguscia, scappa, raramente fa canestro. Per fortuna c'è Adrian Banks (foto in alto, 24 di valutazione dopo il 3° quarto, chiuderà con 28 punti all'attivo) che tiene in piedi la baracca, tanto che a -4' dalla fine del quarto siamo 56 a 67. Ma Sassari ha la faretra piena di frecce, non sbaglia un colpo, è più tutto: più veloce in contropiede, prende più rimbalzi, più precisa da fuori, implacabile da sotto. Non c'è partita. E la curva se la prende con l'allenatore Frates, invocando Meo Sacchetti (allenatore di Sassari ed ex giocatore di Varese): che venga lui nella Città Giardino.

Cimberio Varese-Banco di Sardegna Sassari: 91-112 finale

                                                                                         foto carlozanzi


Si inizia l'ultimo quarto con la curva che canta: 'Frates, vattene!' oppure 'Alè Bizzozi, alè', il clima non è dei migliori e la partita si fa imbarazzante, con gli ultimi tre minuti nel silenzio della curva e Sassari che ci risparmia ulteriori umiliazioni, limitandosi nelle conclusioni. Drake Diener è un vero drago, ma il problema è che tutta la squadra sarda gira. La vedo bene per lo scudetto, dopo aver vinto la Coppa Italia. Per noi un 91 a 112 da dimenticare. Solo Banks si salva, per il resto c'è da lavorare e da salvare l'onore.
Sempre e comunque: forza Varese!

Il battesimo di Riccardo

                                                                                             foto carlozanzi


Questo pomeriggio, nella chiesa di Avigno, Riccardo, figlio di Mari e Mirko (foto in alto) nonché nipote dei miei cari amici Carla e Paolo è stato battezzato. Qualche foto ricordo c'è. E anche le mie preghiere.

Sotto il sole di satana

                                                                                               foto carlozanzi


Quando uno s'approssima ai sessant'anni, o possiede le due o tre cose davvero essenziali nella vita, oppure difficilmente può recuperarle. Non dico sia impossibile, ma piuttosto arduo. La ragione della mia gioia più consistente sta proprio nella considerazione che tali cose non mi mancano. Fra queste ci metto anche la fede in Dio, una fede striminzita, dubbiosa, precaria come la neve, pronta a sciogliersi sotto il sole di satana (come direbbe Bernanos).

Vita vissuta e vita inventata

                                                                                           foto silvia d'ambrosio


Abbiamo narratori che prendono spunto soprattutto dalla propria vita, e chi soprattutto dai libri altrui, dalle storie di altri. C'è chi camuffa, imbelletta o drammatizza i propri eventi, chi li immagina, se li inventa, li copia da altri. C'è chi sta nella realtà e la descrive, chi fugge e ne descrive una illusoria. C'è chi resta e chi scappa. Io sono del primo genere. Non dico che l'uno sia meglio dell'altro. L'importante è che ci sia una storia e che coinvolga il lettore, anche perché ci sono lettori che vogliono restare e altri che vogliono sognare. Dico che l'uno soprattutto vive e ogni tanto scrive, l'altro soprattutto scrive e ogni tanto si ricorda di vivere.

Herbert 20

Herbert
di franco hf cavaleri




Forse ti basterebbe di fare un po’ più di telefonate, di relazioni più o meno strumentali, magari anche per frivolezze.”
Ripose la pipa nella sua borsetta di pelle, scosse le spalle in un gesto di indifferenza.
“Sei stato fortunato a crearti la tua famiglia, hai un vero amore, che ti comprende nel profondo, ma non riesci a uscire per davvero dal tuo stare in te stesso.”
Proprio questo, diventato padre, è come l’avesse sganciato dai suoi stessi figli e dalla loro confidenza. Non era tanto una questione di amore, di affetto e di vicinanza.
“E’ che avresti dovuto essere un padre davvero coinvolgente e non solo un esempio più o meno buono. Come fai poi a giudicare il fallimento di altri padri, davvero tu avresti le carte in regola?”
Stava salendo in camera, ora i suoi passi frusciavano nel silenzio dell’albergo.
Gli venivano in mente alcune frasi di un articolo di giornale, che gli sembravano scritte apposta per lui, ritagliate su di lui.
Era un articolo di un tale Cosimo Piovasco di Rondò, dedicato a una persona ormai scomparsa, con stralci davvero degni di attenzione. Anche costui sempre alla ricerca di un qualcosa, di un progetto.
“Cinque anni fa Ninni Gattuso cessava la sua vita terrena, (…). Una vita difficile la sua per aver scelto di essere dritto come un fuso, in senso morale naturalmente. E tale scelta rispettò sempre, in un contesto dove la doppiezza e il tartufismo risultano arte consumata per mentire anche a se stessi. Con buona pace di ogni visione di progresso da condividere con il prossimo, per il buono e onesto vivere. Ninni era cosciente di dover lavorare sodo per raggiungere i suoi traguardi. Anche quelli minimi. E lo faceva con lucidità, con spirito illuminista, cercando di contaminare chi gli stava intorno con una forza di persuasione che definirei “cartesiana”. Unita a una sensibilità proverbiale, che i superficiali scambiavano per eccesso di riservatezza o addirittura di malcelato imbarazzo. Dunque -negli anni- ebbe un po’ a disamorarsi per quel suo proporsi (ma non era una posa, al contrario!) quale “vox clamantis in deserto”. (…) il disamore trascolorò in disimpegno. In coincidenza di tali sventure incappò in uno stupido incidente fisico (…). Ninni tuttavia conservò tutta la sua lucida coscienza, condividendo con gli amici di sempre i vivaci entusiasmi che coltivava in campo letterario, artistico e soprattutto sociale (..)."
Già, ecco dal presente nebuloso di dubbi vedersi ritornare ragazzo, con il ricordo del fiondarsi nella nuova città e nella tua nuova vita.
Di sbandate all’inizio ne hai avute e le hai pagate, quando sei finito a studiare nella sezione crudele dei figli di papà.
Non ci fai grandi figure, ti “imbrani” nel capire gli altri e allora trovi affascinante scoprire la città, strada per strada, sentendo sempre di più il peso d’essere estraneo a scuola e in una società che ti appare molto chiusa e che frustra tutte le buone intenzioni di volersi integrare.


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Auguri, Stefano



Auguro un felice compleanno a Stefano

sabato 22 febbraio 2014

Che tristezza



Oggi il nuovo governo, a guida Renzi Matteo, ha giurato. Leggo che nel passaggio delle consegne, Letta e Renzi non si sono neppure guardati. Che tristezza!!!! Capisco Letta. Continuo a non capire la scelta di Renzi. Come tutti gli italiani, avrei solo piacere di scoprire che la sua avventura sarà per il bene del cosiddetto Bel Paese, ma perché mai dovrebbe riuscire lui, dove ha fallito Letta, nel poco tempo a disposizione? Sinceramente non ho speranze. Non basta abbassare l'età anagrafica dei ministri per risolvere i problemi. Non bastano i volti nuovi. L'entusiasmo ci vuole, ma non sufficit. Renzi si è buttato in un'avventura più grande di lui. Spero di sbagliare. Me lo auguro. Sarei felice di ricredermi, ma non vedo i presupposti della vittoria.

Ragazze d'oro



Non hanno meritato nessuna medaglia nel pattinaggio artistico a Sochi 2014, men che meno l'oro, ma sono davvero due ragazze d'oro, e una si chiama oro anche di cognome. Mi ero sbilanciato, decretando la statunitense Gracie Gold (foto in basso) come la più bella del reame, ma in effetti ora torno sui miei passi. Se la gioca con la connazionale Ashley Wagner (foto in alto). Una bella lotta davvero!

Auguri, Yaya



Felice compleanno a Claudia detta Yaya, amica, compagna di scuola, prof. di ginnastica che ha preferito dedicarsi ad altro. E, visto il sorriso, con soddisfazione!

venerdì 21 febbraio 2014

Herbert 19

Herbert
di franco hf cavaleri


Come sempre succede nei piccoli ambienti, che ti proteggono sì, ma che anche esigono molto, specialmente quando appartieni a una famiglia in vista e stai sotto una pressione sociale, alla quale non puoi sottrarti e che a volte troppo pretende da te.
Amici e compagni, erano in parecchi a giocare per le strade senza asfalto, a spingersi temerari alla scoperta di boschi e di torrenti, di pozze d’acqua invitanti e insidiose.
Tutto un agitarsi per bande, a volte botte, con le gerarchie di gioco che lo volevano gregario, quasi a pagare lo scotto di dover primeggiare a scuola.
Sì, era stupendo quel suo vivere tra la sua gente, il profumo del legno lavorato dal nonno, il pesante tabarro nero che sapeva di pioggia dell’altro nonno, lo sfrigolìo del ferro incandescente annegato nell’acqua marcia, l’odore aspro dello zoccolo del cavallo quando veniva ferrato, l’ansimare concorde degli operai che cerchiavano con il fuoco le larghe ruote del calesse.
Non gli era sufficiente, tutto questo. Herbert amava leggere, ogni scusa era buona per rintanarsi a scorrere avidamente le righe suggestive di avventurose vicende.
I libri non bastavano mai per la sua fantasia sempre alla ricerca di un eccitante mondo lontano, nel quale estraniarsi sospendendo le ore della sua giornata.
A cambiar vita, comunque già ci pensavano anche papà e mamma, ai quali evidentemente era stretto il paese. Il padre di Herbert tra l’altro aveva deciso di non continuare il lavoro che la famiglia aveva sempre esercitato, aveva studiato e vantava a quel punto una professione che lo poteva far spaziare ovunque, altrove.
A costo di duri sacrifici, pensando alle opportunità che la città avrebbe potuto dare, si trasferirono. Per Herbert fu l’inizio di un nuovo modo di essere e di vivere.
Ne avevano parlato in famiglia e la decisione era chiara: non ci si dimentica delle nostre origini, ma si comincia a vivere, parlare, comportarsi per integrarsi nel nuovo ambiente. Si ricomincia daccapo.
Herbert ruppe il silente frusciare lento dell’acqua battendo il fornello della pipa sul muricciolo di sostegno, si fermò a pulire le briciole di tabacco bruciato e intanto pensava a quel suo essere d’istinto un solitario, forse un egoista, già da bambino.
Ora, diventato adulto (vecchio?) si era consolidato quel suo lavorare sottotraccia sia pure in mezzo alla gente, essere forse un “protagonista del backstage” sempre alle prese con le più svariate attività di lavoro e di volontariato, senza alla fine comparire, senza avere la scena che pure avrebbe meritato, anche non appartenendo al mondo dei “migliori” e dei campioni. Già, a lui bastava pensare e progettare, proporre e lavorare duro per vedere realizzate le sue idee. Era sufficiente che ci fosse il successo e poco importava se altri si appropriassero di quei risultati.
Che contraddizione, in questa pur semplice questione.
“Tutto quest’agitarsi che ti crea conoscenze anche belle, rare amicizie profonde, forse non riesci a integrarti perché eri arrivato da fuori e non sei cresciuto con chi oggi ti circonda. Lavori, ma non conti nei giri che contano. Dove se ne va tutto questo tuo attivismo, se non nel solo tuo piacere di star dietro ai tuoi ideali?

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Buon anniversario di nozze



Buon anniversario di nozze ai miei cari amici Lidia e Antonio che presto, dal 3 aprile, vedremo al cinema nel film 'Il pretore'. Eccoli nella finzione scenica.

Herbert 18

Herbert
di franco hf cavaleri



...com’eri tu, da figlio?

Tra arabescati stendardi, lunghi vessilli fluttuanti al vento leggero, con il suono stridulo dei pifferi e il rombo ritmato dei tamburi, così scendeva il solenne corteo reale dal lungo passo che veniva dalle montagne straniere, già se ne scorgevano i colori, si intuiva l’eco squillante della carovana.
Ecco il multicolore e nobile procedere di dame e damigelle agghindate a festa, ecco il seguito dei forti cavalieri nelle loro armature, con gli spadoni inguainati, le picche e le alabarde pronte alla contesa del prossimo torneo.
Venivano in visita al principe della contrada amica.
Appollaiato tra le merlature del castello, Herbert guardava l’avvicinarsi dei nobili ospiti, prevedendo la festa solenne, le gare, i balli variopinti, il grandioso banchetto.
Così lo trovò suo padre. Non aveva tardato più di tanto nel cercarlo, lo conosceva, sapeva che suo figlio si sarebbe come rintanato a fantasticare, a ricreare nel sogno le immagini che rubava in ogni momento dai libri che divorava, ansioso di svelare la trama e di giungere al “lieto fine”.
Era la bellezza e il sogno atteso di quelle visite in città.
Per quanto Herbert amasse il suo villaggio pieno di amicizie e la sua casa, era festa ogni volta che suo padre decideva di portarselo dietro, per i suoi affari.
Era il momento di creare eroi e cavalieri, pirati e avventurieri, dame gentili e sovrani autorevoli da incastonare nella bellezza dei luoghi idealizzati.
Era l’occasione per immergersi dentro una vita alternativa, allora come oggi.
Ora, appoggiato all’alto muricciolo che delimitava il lungarno, lanciando lente e gonfie nuvole dalla sua pipa, l’uomo che era stato una volta bambino pensava al suo esistere: già, ma come si può spiegare, descrivere la storia della vita di un uomo, quella vera, parlare dei suoi pensieri, delle emozioni e dei sentimenti?
Dicono che in fondo la vita di un uomo valga solo quando vive nei pensieri, nelle emozioni e nei sentimenti di coloro che ne hanno ricordo e memoria.
Tutto il resto, sono nude e crude date segnate su un qualche calendario.
Forse per quel suo sconfinare in un mondo immaginario vi era timidezza o forse anche quel suo essere altissimo già prima dell’adolescenza e nello stesso tempo magro, esile come un fuscello in balia del vento.
Impossibile non distinguerlo dai suoi compagni.
Quand’era nato gli echi della guerra non erano del tutto sopiti: manifesti con i disegni delle bombe da non toccare nel caso se ne vedesse una per i campi, il favoleggiare di una America dei bengodi, vaccinazioni a graffio, l’olio di fegato di merluzzo a generose cucchiaiate nelle scuole.
Un’infanzia comunque felice, quasi fosse un “principino”, vissuta con due giovanissimi genitori, con una famiglia allargata ai quattro nonni, a zii e cugini e cugine, a una sorella, in cortili e in strade ai cui occhi non potevi sfuggire.

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Auguri, Fabiana



Felice compleanno alla mia amica ed ex collega Vidoletti Fabiana, grande sportiva, musicista nonché attrice!

giovedì 20 febbraio 2014

Carolina...e le altre



Mi sono gustato l'esibizione delle ragazze del pattinaggio artistico. E dico la mia. Felice per il bronzo di Carolina Kostner, naturalmente (foto in alto), però c'è qualcosa nel suo fisico che non mi convince, e non riesce a trasmettermi quel senso di grazia e di leggerezza essenziale per le pattinatrici. Meravigliosa Yuna Kim (seconda dall'alto), la sudcoreana alla quale è stato rubato l'oro, ed è arrivata seconda. Purtroppo il fattore giuria condiziona queste gare. Bravissima la vincitrice, la russa Adelina Sotnikova (terza dall'alto), che però a mio avviso doveva arrivare seconda. Mi ha impressionato favorevolmente anche la quindicenne russa Julia Lipnitskaia, il futuro...e poi la più bella, che per me è la statunitense Gracie Gold, giunta quarta.  

Lo Ski Arc di Fiorella



Guardando le gare di biathlon a Sochi ho rivisto la mia amica Fiorella Noseda (foto), grande prof e grandissima sportiva, morta tragicamente anni fa mentre si allenava in bicicletta. Fiorella allora era fra le migliori in Italia nello Ski Arc, specialità che univa sci nordico e tiro con l'arco, che fu lì lì per venire accolta nel novero delle specialità olimpiche, poi non se ne fece nulla. Niente Ski Arc ma soprattutto la mancanza di Fiorella. Ma io non la dimentico. 

Un bronzo che mi somiglia



Mi ha fatto molto piacere la medaglia di bronzo conquistata dall'Italia nel biathlon staffetta mista, con Karin Oberhofer, Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch, una bella e giovane squadretta che darà alla nostra Italia altre soddisfazioni. Mi ha fatto piacere anche perché il biathlon (sci nordico + tiro con la carabina) mi si addice, amando lo sci da fondo e avendo praticato tiro (con la pistola) a militare, con buoni risultati. Ma ho sparato altre cartucce, facendo spesso cilecca!

Herbert 17

Herbert
di franco hf cavaleri


“Starci! Purtroppo è vero così ed è per questo che voglio parlarti. Intanto hai visto tu stesso come è fatta, quello che ha combinato con te e con parecchi altri lo pretende anche da me, approfitta che non ho un posto dove andare. Quando siamo sole in casa non trovo pace e mi sento proprio messa alle strette.”
“Guarda Chicca, che il mondo cambia e certe cose non possono rovinarti la vita. Certo che non me n’ero mai accorto, non sapevo niente con tutte le cose che abbiamo fatto insieme. Ma proprio da lei dovevi andare?”
“Ma Herbert, tu fai in fretta a parlare, ma io dovevo scapparmene di casa, non ci resistevo più e la sua offerta di ospitarmi mi sembrava la cosa giusta. Solo che ora non so come uscirne, credimi, sono disperata ed è per questo che quando ti ho visto ho pensato che potresti aiutarmi.”
“Non ci sono problemi, dimmi che ti serve.”
“Io ho bisogno di scrollarmi di dosso questa etichetta di “schiavetta” della Lea, ma anche non me la sento di farmi guardare come una strana, non lo so, non ci riesco. Tu adesso stai con qualcuna? Perché potremmo farci vedere in giro, per far capire che anche io il ragazzo ce l’ho. In fondo ci vedono sempre insieme, quando siamo andati volontari e nelle assemblee e in giro, insomma sarebbe quasi una cosa naturale.”
“Forse non lo sai, ma sono libero come l’aria e poi con tutto quello che abbiamo fatto insieme, figurati se non ti aiuto…”
“Grazie, allora restiamo così?”
“Certo, comunque in una cosa dobbiamo metterci d’accordo, che quando siamo con altri e dobbiamo farglielo credere bisogna farlo bene. Non metterti a ridere, però una limonatina anche per finta ma dobbiamo farcela, sennò non ci credono.”
Chicca sembrava annuire, la cosa anche per lei era logica, poi d’improvviso schizzò giù dalla scrivania, farfugliò poche parole.
“Però ci devo pensare ancora, ora lasciami andare, ti darò una risposta, comunque ti ringrazio, sei un vero amico.”
Passando, gli accarezzò una guancia, corse via.
Herbert non la vide più.
Fu solo qualche settimana dopo che si seppe che Chicca aveva lasciato la scuola, si diceva che si fosse trasferita lontano, forse per mettersi a lavorare.
Ora, così tanti anni dopo, chissà se abbia mai potuto trovare la felicità magari con una brava persona, una vera compagnia per la vita.
Ancora oggi, distante nel tempo e nei luoghi lì a Firenze, nel pensarci Herbert provò lo stesso sentimento di rabbia sorda, come ripetendo davanti allo specchio della sua camera d’albergo tutti i sentimenti di allora.
Chicca, una ragazza splendida e generosa, un’amica che forse si era persa.
Pensare che suo padre era un grand’uomo, personaggio importante, di quelli che sembrano i soli a indicarti la strada maestra, a salvare il mondo e poi non sanno tenersi vicina una figlia e aiutarla a trovare la strada giusta.
Già, una sensazione scaturì dal nulla, tu caro il mio Herbert che stai a giudicare gli altri, tu che padre sei stato, lo sei ora per il tuoi figli?
Com’eri tu, da figlio?


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mercoledì 19 febbraio 2014

Mamma tele è una manna



Chi spara a zero su tutto e tutti non è credibile. Non avevo certo bisogno delle esternazioni sulla Rai, fatte ieri da Beppe Grillo, per affermare che per me è un tipo 'incredibile', ma vorrei parlare della tele senza soffermarmi sul comico salvapatria. In questi giorni guardo più tele del solito perché ci sono le Olimpiadi invernali. Normalmente la guardo la sera, soprattutto film, tg, talk-show. Pensavo a quanto sia utile la tele, per la fascia d'età 70-90 anni. E quanto sia utile per coloro, più giovani, che alla fascia d'età 70/90 anni dovrebbero fare compagnia e delegano il compito alla televisione, più o meno di Stato. E' così. Diciamo che per la fascia d'età 50/90 anni la tele è una gran comodità.  

L'icona del lago su Amazon

                                                                                            foto valentina zanzi


Domani 20 febbraio è possibile acquistare la versione digitale del romanzo giallo della mia amica Barbara Zanetti, 'L'icona del lago' (Pietro Macchione editore) al prezzo superscontato di 0,99 centesimi. Il libro è su Amazon , ebook collana indies g&a, agenzia letteraria GRANDI&ASSOCIATI

Herbert 16

Herbert
di franco hf cavaleri



Fu un balletto assurdo per invitare e per respingere, solo il fiato spezzava il loro silenzio, il loro spingersi e strattonarsi per la stanza.
D’un tratto inciamparono sul tappeto, scivolarono quasi cadendo davanti a un divano.
“Cerca di non farti strane idee.” Gli occhi d’improvviso inespressivi, le parole di Lea erano neutre, fredde. “Ora io vado a farmi una doccia, se tu vuoi vai di là nell’altro bagnetto a sistemarti e poi vattene, ci siamo divertiti e la cosa finisce così.”
Herbert neanche le rispose, era stordito, guardava le strisce rossastre sulle braccia, le sentiva sulla faccia. Forse negli anni a venire sarebbe diventato facile distinguere il fare l’amore dal fare sesso, ma in quel momento, per Herbert specialmente, non era così. Non aveva mai pensato al sesso senza sentimenti e senza amore e quello che era successo non gli piaceva. Per niente.
Si affrettò a sistemarsi lì dov’era, voleva davvero sparire prima che Lea uscisse dalla doccia, poi decise comunque di salutarla e andò verso il bagno. Passando davanti alle camere, gli sembrò di scorgere un movimento, forse Lea aveva già finito.
Spinse piano la porta, giusto un attimo per dirle che stava andandosene. Non era lei, era Chicca, la sua compagna di tante battaglie studentesche.
“Che ci fai tu qui?”
Altro che sbalordimento per Herbert.
“Sei stata qui per tutto il tempo, allora ci hai visto?”
Chicca lo stava guardando, ugualmente stravolta.
“No, non qui, non è proprio il momento. Ti spiegherò, ti parlerò. Vediamoci domani pomeriggio in oratorio, devo parlarti, devo chiederti una cosa, ma ora vattene via, prima che Lea se ne accorga.”
L’aveva già sentito dire in giro, all’ingrosso, di un qualcosa.
Ora Herbert stava a chiedersi se quelle voci di uno “strano” rapporto tra Lea e Chicca fossero davvero solamente delle stupidaggini.
Del resto, la cosa si sarebbe chiarita presto, giusto il tempo dell’appuntamento che si erano dati per l’indomani.
Lui non tornò neanche a casa, dopo la scuola, per essere in oratorio nel primissimo pomeriggio, cercandola nel salone e nelle stanze del piano superiore.
La trovò in una di queste, appoggiata a una scrivania, si scostò quando lui fece per avvicinarsi, come volesse scusarsi per quello che era successo il giorno prima da Lea.
Chicca parlava in fretta.
“Lascia stare, non hai niente da spiegarmi, lo so bene come è fatta quella. Non è per questo che voglio parlare con te. Tu lo sapevi che sono uscita di casa?”
“Sì, qualcosa avevo sentito dire in giro, anche se è da un po’ che non ci vediamo so bene che i tuoi problemi in famiglia, con tuo padre, sono molto grossi. Così te ne sei scappata via, ma com’è che stavi a casa di Lea? Mi quadra con qualche voce che ho sentito tra gli altri, che vivi con la Lea.”
Lei sospirò, guardandolo con tristezza.


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martedì 18 febbraio 2014

Il racconto del mercoledì




EGLI DORME
di carlozanzi

Alle due della notte fu finalmente silenzio.
“Dorme?” chiese Mario a Lucia.
“Dorme” rispose Lucia a Mario.
“Che Dio ce la mandi buona.” Mario sussurrò quell’augurio per timore che si svegliasse.
“E’ stata dura” disse Lucia.
“Che gli avrà preso?”
“Forse i denti.”
“O mal di pancia” e Mario scivolò sotto le coperte come una lucertola nel buco del muro. 
“Arrivo” disse Lucia e andò in bagno a svestirsi.
Mario era sfinito ma immaginò che Lucia dovesse esserlo ancora di più.
Era andata così: seguendo i patti, chiari, a lui spettava la prima parte della notte, dalle nove alla una. Se il piccolo s’addormentava lui avrebbe continuato col sonno, al quale si sarebbe aggiunto quello di Lucia. Ma in caso di risveglio nella parte più gustosa della notte spettava a Mario alzarsi per primo, lasciando a Lucia l’agio del sonno almeno sino alle quattro, cinque del mattino.
Il rampollo aveva dormito un paio d’ore e alle dieci aveva deciso di rompere i coglioni, obbligando Lucia alla pazienza. Svegliando Mario, il neonato gli aveva negato la sua porzione di primo sonno. Alla una, cambio della guardia. Negli occhi di Lucia una vorace voglia di dormire, unita al timore che suo marito non sarebbe stato in grado di domare la piccola fiera; per questo aveva deciso di non infilarsi la camicia da notte ma di accontentarsi di stendersi sul divano. Più che fondati i timori della donna, perché Mario aveva retto meno di un’ora, dando segni di impazienza già ai primi tentativi di calmare il bimbo, piagnucoloso, singhiozzante, quieto ma un attimo dopo capace di un pianto ringhioso, una protesta clamorosa contro chi lo aveva messo al mondo.
“Dallo a me” aveva detto Lucia, quando mancava una quarto d’ora alle due. E in quindici minuti la mamma era riuscita dove il padre aveva dimostrato poca attitudine.

Lucia raggiunse Mario nel letto.
“Notte.”
“Notte.”
Respiravano l’occorrente per non morire soffocati. Si abbracciarono, quasi a volersi riparare da un pericolo incombente: il risveglio del figlio, nato dopo dieci anni di matrimonio, tanto atteso quanto, ora, detestato.
“Ma che fai? Tremi?” chiese Mario a  Lucia. “Hai paura?” 
“Tu no?”
“Un po’…ma tremare…”
“Pareva una furia.”
“Non svegliamolo…l’agnellino…”
“Gli tirerei il collo.”
“Non si dice….”
“…fanculo…tanto tocca sempre a me.”
“ssss…zitta….” e si strinsero ancora di più, sigillandosi in un silenzio senza fiato.
Aveva inteso bene…era lui.  Piccoli singhiozzi come ripetute, nevrotiche gocce d’acqua giù dalla bocca del rubinetto che perde e tarla la notte.
“No…dimmi che non è vero” disse Lucia.
“…zitta…mi alzo io” e Mario fu felice per quel gesto generoso.
“Senti…vestiamoci….”
“Dici?”
“Non ne posso più…”
“Ma dai…”
“Non ce la fai…vestiamoci.”

Era giunta l’ora dell’auto. L’ultima spiaggia prima del sonnifero, che Lucia e Mario si rifiutavano di somministrare al bimbo, nonostante le rassicurazioni del pediatra: “Non è poi così dannoso…e poi quando ci vuole…” Non avevano mai voluto arrivare a tanto, soprattutto dopo aver scoperto che una passeggiata in auto era il rimedio estremo, ma efficace, per zittirlo quando tutti gli altri tentativi erano falliti.
Si vestirono lasciandolo frignare, senza degnarlo della minima attenzione. Mario scese in  garage e mise in moto la vettura, Lucia avvolse il figlio in una spessa coperta di lana. L’avrebbe soffocato nel panno anche perché il bimbo ora strillava, quasi si fosse indispettito perché lo avevano fatto uscire dal caldo della culla. E un po’ Lucia fu costretta a tappargli la bocca: i rapporti di buon vicinato la obbligavano a quella modesta violenza verso il piccolo insonne.
Si chiusero le portiere con botti rabbiosi. L’auto scivolò leggera nella notte col suo carico di disperazione. Rampa del garage, via Carlo Poma, semaforo lampeggiante, a destra per via Giuseppe Garibaldi, largo Duca d’Abruzzo, via Giacomo Leopardi, svolta a destra per via Gabriele D’Annunzio, ancora a destra e ancora a destra, ritorno in via Carlo Poma con il completamento della ronda intorno all’isolato. Dopo un giro il bimbo non piangeva più ma gli occhi sgranati significavano, forse, che il ciclo del suo sonno si era già esaurito.
“E’ vispo come un grillo” disse Lucia.
“Non dirmelo” disse Mario.
Due, tre, quattro, cinque giri, e ogni giro regalava altra speranza che sigillasse le palpebre e la finisse di importunare le tenebre. Mario guidava e sbirciava sulla sua destra, la moglie e il bambino: il piccolo che mollava la presa, la donna che ammorbidiva la tensione, che distendeva le rughe, che si riappacificava col mondo. Quando la vide sorridere, capì che il ronzio del motore era servito non solo a sputare piemmedieci nell’universo.
“Che dici? Saliamo?” chiese Mario, sfinito.
“L’ultimo giro” ordinò Lucia.
Fu completato anche quello, la vettura tornò nel garage e Lucia riprese la via delle scale, tenendo il fagotto senza tremare.
Mario si svesti, si rivestì del pigiama e corse nel letto. Si rannicchiò sul fianco destro, si fasciò nelle coperte tenendole strette contro di sé. Gli parve di sentire un rantolo, mise sotto anche la testa, incredulo. Nel terrore.
Interpretando i rumori, capì che Lucia si stava cambiando. Non la attendeva. Voleva solo una boccata di sonno. L’alba era lì, non avrebbe certo riposato abbastanza per reggere il giorno.
“Dorme” disse Lucia.
“Mmmmm” mugugnò lui.
La donna gli si incollò addosso, infilò il suo braccio come cintura intorno alla vita di lui. Il braccio era nudo.
Mario, col braccio sinistro, andò indietro a toccare. Non si era messa il pigiama.
“Non si sveglierà” disse lei, con una voce da bimba.
“Mmmmmm” farfugliò lui.
Silenzio.
Lucia gli accarezzò l’ombelico, ci girò attorno e scese all’elastico dei pantaloni.
“Mmmmmmm” soffiò lui, scrollandosi di dosso quella provocazione.
“Ma dormi sempre….” disse lei, allungando la mano a raccogliere la sottoveste, lasciata a riposo poco più in là.