martedì 31 dicembre 2013

Il racconto del mercoledì



dedico questo racconto al mio amico Enrico

L'uomo del ghiaccio
di carlozanzi 


Quando nella piana  varesina e sui seni prealpini scivolano il buio e il freddo, un uomo sale in mansarda e recupera da un alto scaffale una scatola di cartone. Se la notte arriva presto, il vento gelido scuote la quiete bronzea delle campane del Bernascone, se è il tempo del cappotto, della sciarpa e dell’influenza, quest’uomo apre la scatola, fissa le lame, prende un panno e le lucida.
Ormai, per Varese, è il tempo della neve, della pioggia mista a neve, dell’aria tersa, sole che non scalda ma avvampa i colori: allora l’uomo della scatola di cartone scende dalla mansarda e si mette a curare lo stato dei laghi. Perché potrebbe essere l’inverno buono, quando si scende di molto sotto lo zero, quando in Valganna ‘sa barbèla’, quando al Campo dei Fiori la poca neve diventa crosta invincibile, quando all’improvviso l’acqua di lago perde ogni moto e si fissa alle sponde.
Non interessa il nome dell’uomo che cura il pelo dell’acqua, né l’età né se è sposato, se ha figli, nipoti, se è del luogo o foresto. Interessa la sua storia, che si rinnova negli inverni giusti, disgraziati per i più, benedetti per lui: l’uomo del ghiaccio.
Attacca al Pralugano questo personaggio dalla gamba soda, senza ventre prominente, con un viso di solchi, cotto dal sole: carica in auto i suoi pattini d’argento, un bastone e un disco da hockey. Apre le danze al Pralugano, che ghiaccia sempre perché l’acqua è bassa, lì incide i primi intagli nel vetro, arabeschi nella natura. E va, segue il corso del ghiaccio, ringrazia il gelo, toglie i pattini, cambia scarpe, sale in auto, a volte in mountainbike, bastone sulla canna, pedala alla ricerca di nuovo ghiaccio da assaggiare.
Venerato dagli amanti dei pattini, viaggia circondato da leggende di paese. Una racconta di quando, alla Schiranna, arrivò e nessuno pattinava, troppo pericolo sopra un ghiaccio giudicato sottile. Giunse un pomeriggio di poca luce, calzò le lame, salì, valutò, mosse le prime scivolate e dai canneti rigidi di brina uscirono, come pesci in fregola, decine di pattinatori che attendevano lui per dare sfogo al loro vizio. E quanti ne ha tirati fuori dall’acqua –si narra- gente inesperta finita dove si potrebbe morire, rianimati dall’uomo del silenzio, pratico e deciso, dolce a suo modo.
E venne il giorno del giro grande, del freddo assoluto, della fissità che abbraccia tutti i laghi varesini, quelli minori s’intende, non il Maggiore, non il Ceresio ma gli altri certamente. Così l’uomo del ghiaccio partì quel pomeriggio quando il sole ancora basso di gennaio viaggiava, fuoco freddo, sopra Bodio. Partì dal Pralugano, come d’abitudine, bastone e disco, ma in quella pozzanghera fece solo veloci evoluzioni, qualche dialogo con ragazzini di Ganna e di Cunardo, e da lì passò svelto sul lago di Ghirla. Nel cielo tanta luce, solchi di aerei lontani e qualche intuizione di stella, con le Prealpi che s’oscuravano, in ombra, responsabili di nascondere il sole. A Ghirla passò da sponda a sponda, con sicurezza, schivando sassi e detriti, popolando la sua sera di atleti dell’hockey, campioni d’ogni nazione che conosceva nei dettagli.
Guardò l’ora, valutò, salì in auto. Non ci mise granché per frenare e spegnere il motore sulle sponde del lago di Comabbio, un blocco di ghiaccio. Scivolava felice ma pensava a Cazzago, alla sua perfezione, al meglio. Volteggiando con pattini e disco come Rudol’f Nureev sul palco della Scala, si lasciava indurre in commozione dal tramonto di fuoco. Pensava che la vita gli regalava, ora, il suo ghiaccio, ma non era stata sempre benevola, le donne avrebbero potuto comprenderlo con più compassione, Dio avrebbe potuto dotarlo di un carattere più malleabile. Ma non era un uomo di lamenti così tornò al vento e al fruscio delle lame.
Venne presto il tempo di Cazzago Brabbia, del lago di Varese, dove s’aspettava il ghiaccio prelibato: per specchiarsi, lui e gli ultimi bagliori del giorno. Ciò che s’attendeva era realtà, un vetro senza impurità, diamante d’acqua. E in quel luccichìo volle smarrirsi.
Le prime scivolate ad occhi chiusi, come davanti ad un piatto gustoso si annulla la vista per ravvivare il gusto. Pensò di immortalare quel giorno con una fotografia, sfruttò l’ultima luce buona, posizionò la macchina con l’autoscatto, calcolò i tempi e le distanze, partì, il meccanismo scattò, il ricordò si fissò. E da quel momento cominciò la sua danza senza memoria e senza tempo, fatta di godimento puro, come un uccello in cielo che distende le ali e lascia fare al vento. Il piccolo paese di Cazzago s’allontanò; con percorso ondulato, di curve ampie, l’uomo del ghiaccio fu presto al centro del lago, dove si decide se andare dritti all’altra sponda, direzione Schiranna, se prendere a destra o a sinistra, verso Capolago o all’isolino Virginia, dove la saggezza imporrebbe di far e presto ritorno all’auto. Ci mise tutto il tempo del tramonto quell’uomo misterioso, regalandosi cerchi su cerchi, prima di decidere che non avrebbe deciso, lasciando fare al suo cuore. Che non temeva la notte.
Restò sopra il ghiaccio, spingendo e lasciandosi andare, mentre il cielo nero, senza luna, lo rallegrava di piccole luci. Quando capì che il suo corpo, consunto dalla passione, non l’avrebbe condotto sino al porticciolo di Cazzago, e che per mantenere il caldo vitale avrebbe dovuto continuare il suo gioco, preferì lasciar fare alla sorte. Senza lottare. Si fermò, lanciò come un boomerang il bastone e il disco nel buio, sentì il loro cozzare sul duro, si sedette. Si presentò subito il freddo. E la paura, quella che aveva ben camuffato nella dimenticanza: si rivelava nella notte come un urlo tremendo. Intese, l’uomo del ghiaccio, che il gioco non era più nelle sue mani.
Come ogni mortale in quell’attimo sacro trovò la preghiera.
Se oggi chiedete di lui vi diranno che è anche un po’ folle, un patito, un uomo generoso, senza parole, grandissimo esperto di laghi ghiacciati. Il migliore. E se lo volete vedere si conservano le sue foto, scattate quando la voglia di vivere correva felice insieme al giro del sangue. Ma più di tutto resta lui; se passate da un lago ghiacciato, nella terra dei laghi, potreste incontrarlo.  

questo racconto breve è stato pubblicato dalla rivista 'menta & rosmarino' - dicembre 2013

    

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