mercoledì 26 giugno 2013

Il racconto del mercoledì




                               LA MANINA

  Ormai per lei la vita era ridotta a preghiera. Non appena il dolore acuto allo stomaco, o il respiro che languiva, allentavano la morsa, saliva al cielo. Ed era soprattutto un grazie per aver resistito, per non aver fatto -ancor prima del suo corpo di vecchia- morire la fede.
Pregava in silenzio, di tanto in tanto muoveva le labbra, e quando ciò avveniva i parenti subito a chiederle: "Desideri qualcosa? Parla, come ti senti? Ci vedi?" E lei a ruotare con lentezza il capo, per dire di no, che di nulla aveva bisogno, se non che il suo corpo raccogliesse ancora la forza per salire lassù, oltre le tegole rosse del tetto dell'ospedale, oltre i dubbi e l'angoscia.
Poi le fitte tornavano, come un cane rognoso che morde feroce. Allora lei stringeva con entrambe le mani il lenzuolo, e piangeva, senza vergogna. Scioglieva in lacrime la sua disperazione, non più fatta di mistero: disperata perché ogni cellula era impazzita, reagiva da nemica nella patria che la ospitava. E piangeva, come una bimba. Non chiedeva 'perché?'. Era stato il quesito della sua esistenza. Non aveva ottenuto risposte, né avrebbe potuto pretenderle ora. La soluzione alla domanda di sempre era il pianto, due mani serrate alla tela e il bisogno infinito di un paradiso.
Una sera, dopo giorni e giorni di degenza -forse un messaggio del cielo, un miracolo fatto apposta per lei- rivide una scena dell'infanzia di Luca, suo figlio che avrebbe compiuto, in febbraio, cinquant'anni.
Erano al mare, Luca aveva non più di otto anni. Era, il suo Luca, un bimbo sensibile, poco adatto a capire alla svelta i trucchi per sopravvivere. Era, Luca, un bimbo assai bello, invidiato, eppure non era felice, soprattutto la notte. La chiamava di sovente, ogni sera un malanno diverso, una nuova paura. Così, stanca di quelle levate notturne, aveva abbandonato il grande letto da sposi, recuperando dalla cantina di quella loro abitazione sulle rive del mare una branda, che aveva affiancato al letto di Luca.
"Mamma, mi dai la manina?" era la frase del bimbo, che scoccava al calar delle tenebre. Frase che aveva i suoi corollari: "Mamma, ti prego, non leggere questa sera, così ti addormenti con me." E ancora: "Vieni subito, mamma, che mi racconti una storia." Oppure: "Questa sera voglio parlarti. Quando vieni, mammina?"
Lei, di buon grado, lasciava il piacere di un libro o di un film, per sdraiarsi al suo fianco. In quei giorni aveva scoperto, con maggiore intensità, il piacere che è un figlio. S'ancorava alla sua mano minuta, a volte era lui che domandava di poter avvolgere la sua, e diceva: "Che manona!" e lei rispondeva: "Fra non molto, piccolo uomo, la tua sarà più forte e più grande di questa" e, per ribadire di quale mano si stava parlando, lei stringeva più volte le dita e il palmo di Luca. Stringeva e lasciava, stringeva e lasciava; il bimbo sapeva che, nel nuovo linguaggio di quegli incontri notturni, ogni stretta era un bacio.
Nella penombra parlavano di tutto, lui a lei, lei a lui, abbracciati alle mani, cordone ombelicale che tornava a servire, dopo otto anni. Lei, più che badare alle parole, aveva imparato a vincere il buio, per osservarlo con cura e pazienza. Fra i tanti pensieri, le innumerevoli lodi al Padre che aveva reso possibile il miracolo più ardito, ora separava un'immagine ricorrente: lei che lo fissava, pensando 'Mio piccolo Luca, sarai tu a chiudermi gli occhi, come deve essere.' Moriva al pensiero che quella legge di natura era a volte tradita dai fatti, che quegli angeli avrebbero potuto lasciare la terra prima di chi, sopra il mondo, li aveva voluti. 'Sarai tu a chiudermi gli occhi' pensava, mentre il mare, baciato dal chiaro di luna, rideva oltre le imposte socchiuse.
Gli stringeva la mano, la accarezzava, e mentre lui raccontava felice e rinfrancato una nuova avventura fantastica, lei si domandava: 'Sarai in grado, mio piccolo Luca, di chiudermi gli occhi, senza smarrire la strada maestra della speranza? Avrai imparato, allora, il segreto del nostro passaggio?' e pregava perché lui, coi conticini ed i temi, segnasse in pagella anche quel voto.
Poi Luca s'assopiva e lei, con accortezza, sfilava la mano. Quasi mai, dopo il loro dialogo, conservava il desiderio del bello di un libro o di un film. Così smorzava la piccola lampada e cercava il riposo, sapendo che la notte sarebbe stata altri: "Mamma, ho paura. Mi dai la manina?" Avrebbe potuto accontentarlo senza farlo attendere, senza doversi levare nel buio.
                                     
All'improvviso ebbe bisogno della mano di Luca. Fece un cenno a Mario, il marito, che s'inchinò al suo soffrire.
"Mi hai chiamato? Ti occorre qualcosa?" chiese.
"Luca," disse lei, sfiatando una briciola d'aria "Dov'è? Lo puoi chiamare?"
"Non vorrei fosse già andato. Era nella saletta, davanti al suo telegiornale. Poi aveva un impegno. Vuoi che se ne sia andato senza salutarti? Sarà in sala di sicuro. Vado e torno."
Andò Mario, e fece ritorno da solo. "Non c'è" le disse, "ma Luisa giura che non se n'è andato, anche se in giro non lo si trova."
Con una forza che non credeva d'avere in serbo, mandò indietro il pianto. Non era giusto che le fosse negata anche quella consolazione di madre. Non era possibile. Per quanto tempo ancora avrebbe resistito? D'istinto vomitò una protesta: "Ma perché lascia sua madre?"
L'espressione di Mario non le permise di capire se lui aveva inteso, se lei aveva espresso l'angoscia della solitudine a tal punto da farsi tradurre. Mario non rispondeva: forse non aveva colto, o più probabilmente aveva capìto e compreso quell'urlo, tacendo per compassione. Lo ringraziò, chiedendosi anche come fosse possibile intendere il lamento, scritto nel corpo di un altro.
"Luca, guarda che tua madre ti cerca. Dov'eri andato?" La frase scivolò dal corridoio alla camera numero dieci, ospedale San Filippo Neri.
"Mi vuole?" disse Luca, e fu subito dinanzi a lei. "Mi hai chiamato, mamma?"
Annuì.
"Ci sono. Scusa, ero in bagno."
"Devi andare?" chiese lei, adagio adagio, un sussurro, stringendo con le dita umide e gonfie la rivoltina.
"Non c'è fretta" disse Luca. "Non ti preoccupare."
Lo guardò: cinquant'anni bruciati in un lampo. Guardò anche Mario, gli sorrise, tornò ad accarezzare con gli occhi il suo unico figlio. Si fece coraggio. Chiederglielo, dopo tanto resistere, era un approccio alla resa. Ma lo chiese ugualmente: "Mi dai la tua mano?"
Luca certo non ricordava quell'estate, sulle rive del mare. Né intese la richiesta di lei. S'inchinò: "Mamma, lo puoi ripetere? Ce la fai?"
"Ho capito: mano" disse il padre di Luca.
Le era rimasta così poca aria? Lei si spaventò. Le pareva di star meglio, d'essere superiore a quella incapacità di farsi capire. Ebbe il terrore che la morte fosse meno prevedibile, un passaggio inatteso. Non era ancora a quel segno. Non si sentiva pronta. Pensò ai nipoti, ai progetti, alla sua utilità di donna, che avrebbe superato, come tante altre prove, anche quell'ultima... Possibile che non aveva inteso la sua richiesta? E da dove giungeva quel bisogno prepotente di sentirsi ancorata alla vita, attraverso una mano? "La mano" disse ancora, piangendo. "Vorrei la tua mano." Aveva urlato tutto il suo fiato. "La mano..." e allungò la sua.
Luca capì. "Certo, mamma." Gliela porse.
'Ho paura' ma curò di confidarlo soltanto al suo cuore. 'Ho paura, Luca, mi dai la manina? Mi racconti una storia? E' buio. Non occorre la luce. Ho qui, nella mia, la tua mano. Mi basta. Non dormire prima di me. Attendi il mio sonno. Allora soltanto potrai separarti da me. Allora soltanto.'
Chiuse gli occhi. Avvertì senza dubbi che Luca stringeva e lasciava, stringeva e lasciava, con i baci di allora, quando il chiaro di luna argentava la notte, e il mare cantava, e il vento riposava, attendendo il mattino.
 
questo racconto è tratto dal libro    Carlo Zanzi   'Fax d'amore'  (Macchione editore)
       



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