mercoledì 30 gennaio 2013

Il racconto del mercoledì



La tempesta perfetta

A terra una calza e una ciabatta.
Nel procedere lungo il corridoio, avvertì un dispiacere. Non avrebbe voluto, ma gli occhi fecero la curva sulla destra e vide la loro camera: porte di armadi aperte, un accappatoio verdemarcio a terra, altre ciabatte, un top, mutande, il tappo di un tubetto di crema, qualche elastico per capelli, una spazzola, un pigiama invernale, una cintura, altro ancora. Ma non volle indagare oltre, gli occhi fecero dietro front e tornarono ad affiancarsi al suo malumore.
Era pronto per uscire. Lui se ne andava di casa, al mattino, sempre prima degli altri. Affrettò il passo verso la porta ma si fermò: ‘Perché era costretto a scappare da casa sua?’
La sosta lo indusse a guardare in cucina: avanzi di prime colazioni, una bustina di te gocciolante s’era afflosciata, esausta come un maratoneta, sul bordo di un piattino, e poi briciole e macchie di caffèlatte, ancora una ciabatta e un tovagliolo finito a terra, pirottini di merendine al cioccolato, vasetti di marmellata aperti, con i tappi lontani almeno tre spanne. Nel lavandino poche stoviglie, perché la gran parte erano state abbandonate come relitti sopra il tavolo. E insieme a quello spettacolo di disfacimento domestico, i primi rimbrotti, le prime minacce, i primi sbuffi e qualche mala parola, come rumori di un temporale in procinto di far valere la sua prepotenza.
Con un atto di coraggio tornò indietro, raccolse qualcosa da terra senza farsi notare, più che altro per far piacere  a lei, restò in allerta, come un cacciatore che senta odore di preda.
“Porca puttana, chi ha visto il mio maglione panna?”
Silenzio, un ronzìo di asciugacapelli, uno sbattere incontrollato di porta, un gracchìo di televisore mal sintonizzato in cucina.
“Mamma, chi ci accompagna?”
Ancora silenzio e un trillo di sveglia nell’appartamento di fianco.
Avrebbe voluto rispondere con entusiasmo “Io!” perché davvero era ben disposto ad accontentarle, se avesse avuto a che fare con persone puntuali. Attenderle significava ritardo sul posto di lavoro, ritardo di molti minuti. Non se lo poteva permettere, per lui e per loro.
“Il maglione?”
“Io non l’ho preso....”
“Porcaporcaporca...”
“Vaffann...con chi t’incazzi?”
La tempesta montava, in risalita, in ebollizione, in espansione esplosiva.
Lei fece per dir qualcosa, più che altro raccomandazioni e rinforzi a precedenti inviti, ma venne zittita in malo modo. Volle insistere, ma fu come se dell’altro vento fosse entrato a dar forza ai vortici depressionari, sibilanti dentro quella famiglia normale.
E intanto, fuori, febbraio s’era svegliato con una gran bella giornata di sole, naturalmente fredda ma senza nubi né nebbia.
Lui taceva, nemmeno più attonito. Semplicemente abituato, e soprattutto consapevole che fuggire era pavidità, forse, ma nel contesto di un sano istinto di sopravvivenza.
Prese a pedate un asciugamano finito in corridoio, a passo svelto ripercorse la via verso l’uscita e lasciò la scena senza nemmeno salutare. Probabilmente, a meno di urlare, non l’avrebbero neppure sentito.
Lungo le scale notò ancora un vociare a voce alta. Uscì dalla porta della palazzina. Quell’aria gelida fu come un caldo abbraccio. Se la respirò tutta, a bocca aperta come un podista allo stremo. Ne trasse beneficio ma il rimorso per quella fuga gli galleggiava dentro. Anche ad impegnarsi, non poteva zittirlo. Rimorso che prendeva ossigeno, mutando termine: fallimento. E quello non lo poteva accettare.
S’aggrappò come un carcerato senza speranza ad una recinzione in metallo, che dava su qualche metroquadro di verde. Un praticello condominiale nemmeno in grado di far giocare un bimbo di pochi anni: una betulla, una pianta di rose, un’altra di ortensie, una terza di oleandro.
Le vide come una benedizione. Le vide come un indizio di speranza per il futuro. Poche primule, venute al sole fra croste di neve e fili d’erba intirizziti dal gran freddo.
Sostò appeso alla rete.
Qualcuno lo vide. Pensò dovesse avere più di un problema.

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