venerdì 30 novembre 2012

Alberi in libreria

Per stare in tema, dirò che la Libreria del Corsa stasera era come un bosco fitto di alberi-persone, arrivate per la presentazione del volume 'Alberi&Varese' di Daniele Zanzi (eccolo in foto con la moglie Elena), con foto di Carlo Meazza. Il fotografo non era ancora arrivato quando ho scattato l'immagine ma non mi sfuggirà domani, sabato 1 dicembre quando, alle 17, in Salone Estense, il volume verrà nuovamente presentato alla città. Complimenti ai miei due amici, che hanno realizzato un libro 'monumentale' come gli alberi che hanno pubblicizzato.

Moch, Max, Diego e tanti ricordi

Alla fine del 1977 uscì nelle edicole il primo numero della rivista di musica 'Il mucchio selvaggio'...e fu subito successo. Lo storico direttore (di allora e di oggi) Max Stefani (al centro) era questa sera a Varese, da Record Runner, per presentare il suo libro e per raccontare la storia di quegli anni di vinile e di culto per l'oggetto disco e per la musica americana. Con lui il giornalista della Prealpina Diego Pisati (a destra), amante di quel genere e di quell'età, e mio fratello Marco, che a nome della Piedmont Brothers Band ha presentato il nuovo cd PBB III. "Con internet è cambiato tutto" ha detto Max "una rivoluzione che un po' ci ha sorpreso. Ora la musica viaggia sui files, si scarica, i cd si comprano su internet..."

Moch emozionato

Emozione per mio fratello Marco detto Moch oggi da Runner Record, dove ha potuto ascoltare e farsi ascoltare dal vivo da Max Stefani, il direttore storico del Mucchio Selvaggio, rivista che Moch venerava a partire dal primo numero, ottobre 1977. Quel primo numero vendette 9000 copie senza alcun investimento pubblicitario. Il Mucchio toccò il top con la vendita di 27.000 copie per un numero, poi il progressivo calo. "Oggi i giornali di musica stanno fra le 3000 e le 5000 copie" ha detto con amarezza Max.

Record Runner ha tutto

Naturalmente sia il libro di Max Stefani 'Wild thing' che il cd PBB III si trovano fra l'altro da Record Runner, in via Albuzzi 8 a Varese.

Max and Moch

Per gli amanti della musica americana e della buona musica in genere oggi, venerdì 30 novembre, ore 18, è in programma un interessante incontro da Record Runner (via Albuzzi 8, Varese). Max Stefani, direttore di prestigiose riviste musicali (Il Mucchio Selvaggio, Suono...) presenterà il suo libro, mentre la Piedmont Brother Band suonerà ottima musica americana live e proporrà il suo terzo cd, PBB III. Max & Moch a confronto. Ricordiamo che il PBB III è stato giudicato disco del mese di novembre dalla rivista Suono.

Bocconi

La vita, tutta intera, fa paura, è un boccone troppo grosso da mandar giù. Presa a piccoli pezzi la si può anche digerire.

Vicolo Canonichetta 4



Quattro


    26 maggio 2005

Giulio si svegliò. Al suo fianco Matilde dormiva con un sibilo leggero. Forse avrebbe russato. I rimasugli del sogno volarono via. Si girò sulla destra, era già chiaro, accese la luce e guardò la sveglia: le sei. Non era abituato a farlo ma l’eccitazione di una nuova giornata lo portò in cucina, per la colazione. Il latte si scaldava, il caffè brontolava, i profumi s’imponevano e lui perse appetito. Guardava dentro la tazza e non provava piacere.
Volle mangiare tutto, anche una fetta di pane abbrustolito, burro, marmellata di fichi, tre biscotti e una lunga scaglia di cioccolato fondente: la intingeva, la succhiava. Poi s’alzò, si lavò i denti e tornò in camera.
Ora Matilde russava, a pancia in su, con le gambe allungate e le braccia incrociate sul petto.
Si sdraiò al suo fianco. Quel piccolo rantolo lo innervosiva. La toccò dentro, Matilde liberò un lamento, disse “Scusami” e cambiò fianco. Poi riprese a sibilare.
Guardò la luce rigata dalla tapparella, guardò l’orologio, cercò di rileggersi il sogno ma provò una sensazione nuova: gli occhi aperti perdevano l’aggancio delle cose; se li chiudeva, sentiva il desiderio di aprirli. Si spaventò. Pensò fosse meglio alzarsi, definitivamente.
***  
Andò in sala, avvolse la tapparella, con rabbia, velocemente, anche se a Matilde questo non garbava. Aprì la portafinestra e fu sul balcone. Quarto piano di una palazzina che mostrava lo spettacolo di una città dove si viveva con piacere.
Era tempo buono. Le foglie nuove dei platani rabbrividivano alla prima brezza. Poche rondini in cielo e nessuno per strada. Un gatto panciuto, una marmotta urbana, ballonzolò attraversando il cortile. Poi passò un’auto e poi Giulio fu costretto a rientrare; aveva visto le foglie, gli uccelli, il gatto e l’auto ma non s’era distratto. Più si concentrava per riappropriarsi delle sensazioni rassicuranti d’ogni mattina, più capiva che la sua mente stava altrove: non all’incontro con Lucia. Quell’amore segreto si stava frantumando, insieme allo sbriciolarsi del sogno.
Tornò dentro e si sedette sul divano. Davanti a lui un libro, la biografia di Max Pezzali. Tante foto e poco testo. Volle concentrarsi sullo scritto. Dopo tre parole doveva tornare da capo, si smarriva fra le righe. Ad ogni andata e ritorno aumentava la pena. Stava sudando. Sentì salire il battito del cuore, all’improvviso. Richiuse il libro e lasciò il sudore della mano sul telecomando. La tele s’accese. Abbassò il volume, per non svegliarla.
Più che le immagini vedeva la sua faccia riflessa nel vetro dello schermo. Una macchia colorata, scialba, tremante. Passava i canali come avesse davanti un unico groviglio di persone, luci, suoni, parole, spari, auto in fiamme, donne svestite che ammiccavano, giornalisti in giacca e cravatta. Non ricordava nulla: non un concetto né una sequenza che durasse più di qualche secondo.
Provò a rinfrancarsi con lunghi respiri, profondi. E un poco il cuore rinsavì.
***  
Ora fissava lo schermo nero del televisore. Non sapeva dove sbattere i minuti di quel mattino incredibile. Tutta la vita ancora da vivere, oltre i suoi quarantacinque anni, gli pareva un compimento impossibile.
Per un attimo, dopo essersi alzato e aver sommato piccoli passi nella sala, pensò che avrebbe dovuto tornare a letto, abbracciarla, svegliarla, baciarla, stringerla, rubarle il segreto della sua quiete, parlarle di quel suo nuovo male, e forse anche dei suoi tradimenti. Raccontarle del sogno, confessarle di Lucia. Ma respirò a lungo, si sentì meglio, vide il divano e si distese.
Scoprì il colore del buio. Chiudeva gli occhi per distrarsi, vedeva il nero. Li riapriva, il cuore pompava forte la sua ansia, doveva richiuderli ma il buio gli regalava solo nuovi fantasmi. Cominciò a sentire i contorni del suo cervello, una presenza che pulsava, un senso di oppressione che lo atterrì. I pensieri sfilacciati si rincorrevano come minuscoli insetti in agitazione.
Provò con un sorso d’acqua fresca. Andò in bagno, perché la barba era lunga. Fischiettò, persino cantò le canzoni di Max ma farfugliava le parole, confondeva i testi. Provò coi numeri di cellulare che aveva memorizzato. Ogni insuccesso era la conferma che stava smarrendo il controllo del pensiero. Si stava perdendo nel suo mondo, nella sua casa, davanti allo specchio che lo aveva riprodotto migliaia di volte, che lo aveva lusingato, soprattutto ora, dopo la scoperta di Lucia.
*** 
Tornò in camera. Matilde dormiva ancora, un sonno senza rumore; non poteva sapere nulla di quella sua alba. La guardò. Ebbe, chiaro, un pensiero lancinante: non avrebbe sopportato un suo rifiuto di tenerezza. La vide detentrice di un potere enorme. Ma che ne poteva sapere lei, di lui? 
Scappò di casa. Si vestì con quel che aveva lì davanti, in fretta.
‘Dai, stai calmo, respira, pensa a domani, oggi lo facciamo passare, e Matilde? Me ne vado e quando si sveglia? Le lascerò un biglietto; no, la sveglio; ma vedrà che sono ridotto da far schifo, chiederà, vorrà sapere...Dio, manca l’aria, devo uscire ma dove vado? A quest’ora?’
Uscì senza dir nulla a sua moglie, senza una parola scritta. Scappò come lascia di corsa la strada intrapresa chi s’accorge che l’allontanarsi non è scoperta ma paura, e così fa ritorno verso la certezza della vita di sempre: la solita casa dove Matilde russava, dove non lo accarezzava mai e gli ordinava fai questo e fai quest’altro sapendo che lui non l’avrebbe accontentata perché lei non accontentava lui, che lui voleva sesso e più lo cercava meno l’avrebbe avuto.
         Chi aveva iniziato questo dilettarsi al suicidio di coppia?   
   
                                                                                               4 - continua 

Un mese senza Elio

Ciao, Elio, è già passato un mese. Passa tutto troppo in fretta.

giovedì 29 novembre 2012

In principio era...Omero

'In principio era...Omero': questo il titolo del Calendario 2013 del liceo classico 'Cairoli' (il mio liceo), pensato e studiato dai prof e dagli alunni del liceo varesino, che si è avvalso delle foto di Carlo Meazza. Che in verità in questa prima foto della serie vedo non come fotografo ma come protagonista, nei panni non so di chi, forse Omero stesso o qualche saggio che osserva (con un po' di invidia) la giovinezza, pronto ad educarla con la sua idealità mai sazia di speranza. Chiederò al mio amico fotografo chi ha voluto rappresentare col pastorale in mano. Il ricavato delle vendite del Calendario sarà devoluto in beneficenza alla Mensa dei Poveri dell'Istituto Addolorata. Suppongo che il calendario sia in vendita al liceo ma anche nelle librerie varesine.

Ogni giorno


E così, puntuale, ogni giorno, riprende la lotta contro il mio io vorace, che mi attrae a sè come in un vortice. Devo risalire il fiume controcorrente, inventando la forza necessaria per non vivere di me.

mercoledì 28 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 3



Tre


25 maggio 2005

Era un mercoledì sera, notte ormai. Era la fine di maggio, la chiusura di una giornata di gran caldo.
Giulio sedeva sul letto matrimoniale. La schiena appoggiata al cuscino, un libro aperto sulle cosce. Si vedeva la copertina.
Vicino a lui, in equilibrio sul fianco sinistro, dormiva Matilde, sua moglie.
Non aveva sonno. Forse il caldo. Aveva bevuto una birra probabilmente troppo fredda; la sentiva rovistargli lo stomaco. Per questo, per mandarla giù, prima aveva scelto di leggere, poi s’era lasciato accompagnare nel sonno dai ricordi.
Il sonno però non arrivava. Aveva rivissuto allora il pomeriggio del tradimento. Con Lucia si sentivano da mesi. E da gennaio altre volte erano stati insieme, come nello stesso letto si sarebbero abbracciati due giorni dopo.
Stava bene con Lucia. Non avrebbe però immaginato che potesse pretendere qualcosa d’altro. Così presto. Eppure era evidente che a quel bivio sarebbero giunti. Ed ecco il bivio. Ecco il conto di Lucia.
Scegliere non era mai stata la sua ambizione, la sua dote migliore.
Guardò Matilde. Lo tradiva anche lei? Con un collega? No, s’era convinto che gli fosse fedele. Tanto meglio.
Riprese il libro. Poche frasi e lo ripose. Spense la luce, si distese sul fianco sinistro, strinse Matilde contro il suo corpo ingombrante. S’addormentò.
***  
Era di fronte a lui. Fra loro due un tavolo, qualche bicchiere, piatti, bottiglie, una tovaglia, briciole di pane e parole, che andavano e venivano. Ma non le loro. Lui stava in silenzio, e anche lei, Lucia. Lui la guardava, e anche lei, di tanto in tanto, poi abbassava lo sguardo. Ma quando tornava a regalargli i suoi occhi...Poi lei accese una sigaretta, lui si concentrò sulle labbra. Ne gustò il contatto. Labbra serrate che, lentamente, come è quieto e inaccessibile l’alto volo dell’aquila, s’aprono ad altri contatti. Il fumo saliva, annebbiava gli occhi smeraldo, si sfrangiava fra i capelli. Indossava, Lucia, un vestito senza maniche. Appoggiava i gomiti al tavolo. Braccia magre e morbide, lui guardava e saliva con la mente su e giù e s’infilava con gli occhi, con le dita, col cuore folle nell’incavo e giù veloce, poi con lentezza verso i seni, piccoli seni. Se li sentiva nella mano, li stringeva, li sfiorava.
La guardò fumare; la gioia eccitata era il sapere che lei concedeva quegli sguardi, mani che la svestivano. Lei avrebbe reso possibile quei pensieri ancora insoddisfatti. Questione di tempo, poco tempo ormai, il tempo di quella cena, di parole e di sigarette, qualche brindisi e i saluti (‘Buona cena davvero’) e gli altri che andavano incontro a una notte qualsiasi e lui...ancora tanta quiete e infine, soli, l’amore che scopre l’eccesso. Sapeva che tutto sarebbe accaduto. Glielo giuravano quegli occhi verdi che passavano il fumo e arrivavano da lui, incredulo. Poi l’uomo che sedava di fianco a lei s’alzò, levò il calice, urlò ‘Brindiamo a noi, a tutti noi!’. Sorrideva ma nell’attimo del sorso mutò espressione, mostrò un ghigno inquietante, infranse il calice contro la bottiglia, mille pezzi di cristallo e mille pezzi di un sogno, che si svegliò.  

                                                                                                3-continua

La recensione di Arnaldo

Riporto con piacere la breve recensione che il mio amico poeta Arnaldo Bianchi mi ha inviato, dopo aver letto il mio ultimo lavoro di narrativa, 'Quel giorno che tremò la notte'.

Caro Carlo
ho finito di leggere il tuo romanzo
"Quel giorno che tremò la notte"
Mi è piaciuto il passaggio dalla vita di ogni giorno, con i problemi "piccoli" e "grandi"
dell'esistenza quotidiana, al momento della tragedia improvvisa
e quindi più brutale quanto meno attesa.
Tragedia che rompe ogni certezza anche quella
di chi come il prete dovrebbe avere una consapevolezza più salda,
una coscienza meno angosciata sul bene e sul male dell'esistere.
Questo Don Marco,all'inizio quasi personaggio secondario,
diventa protagonista così tormentato in questa notte
quasi manzoniana ( vedi la notte della conversione dell'Innominato)
è una figura forte nella sua debolezza così umana.
Anche il finale aperto che dice e non dice.
Don Marco è morto? ha dato la sua vita per la vita della ragazza?
O il prete si è solo assopito prostrato dopo una notte così travagliata?
E il miracolo della salvezza di Roberta ha riscattato anche i dubbi e la vita di Don Marco?
L'atmosfera dell'ospedale notturno con i rumori, la penombra dei corridoi
mi ha ricordato il romanzo "Le campane di Bicetre" di Georges Simenon.
Mi è venuta anche in mente una frase di Paul Claudel " Dio non è venuto per spiegare la sofferenza ma per riempirla della sua presenza".
Che altro dirti? Grazie
Adesso stamperò il tuo scritto perché mia mamma vuole leggerlo ma solo sulla carta.

Ciao Arnaldo

Inevitabile gioco al ribasso

Il rito pagano dell'Esselunga (per me il mercoledì mattina, mio giorno libero) dimostra quanto sia in atto, per quasi tutti, dopo i 50, un inevitabile gioco al ribasso. La saggezza data dall'età ( che apparirà riduttiva ma sempre saggezza è) porta i discorsi sui soliti temi ritriti (meteo, salute...) ma ciò che appare evidente è la soddisfazione di chi, coi capelli grigi, è fuori dal letto e ancora può permettersi la spesa alla Esselunga. Soddisfazione presente, sebbene malcelata, anche durante i funerali: lui se n'è andato, noi ci siamo. E' legge di natura questo gioco al ribasso, questa vittoria dell'accontentarsi. Perché c'è chi non si accontenta, certo, ma ho l'impressione che stia peggio dei tanti consumatori da Esselunga, che viaggiano col carrello come fossero sullo skateboard.

Vicolo Canonichetta 2



Due


10 gennaio 2005

Giulio fermò l’auto. Alla sua sinistra i posteggi erano tutti liberi. Scese, guardò ancora l’orologio. Era presto. Mosse pochi passi in salita, si appoggiò alla ringhiera e guardò verso il basso. Sotto di lui la città accendeva le prime luci. Appena qualche chilometro in salita e trovava Varese ai suoi piedi. Anche da lassù la città si muoveva: vedeva le luci delle auto lungo i viali, pensava alla gente per strada e nelle case, negli uffici e nei negozi. Il paesaggio sottostante brulicava. Ma il lago, fra le case e la pianura, pareva di ghiaccio. Immobile. Una lastra. Uno specchio dove il sole ancora s’ammirava, prima di addormentarsi sotto la coperta delle Alpi.
***    
Giulio di nuovo guardò l’ora. Restava qualche minuto. Erano le sedici e venti del dieci gennaio duemilacinque. Un lunedì. Si voltò a destra, il sole era tramontato dietro le montagne innevate. Il Monviso, la vetta più aguzza di fronte a lui, sembrava un diamante. Il fuoco a occidente divenne oro, i laghi assorbirono la tinta preziosa di quel tramonto invernale.
Respirò tant’aria; era fredda ma non gli procurava tosse, solo un diffuso senso di benessere. Immaginò tutti i respiri di tutti gli uomini che, come lui, per farsi coraggio, s’ubriacavano d’ossigeno. 
Ormai era l’ora.
***
Risalì sull’auto. Tre tornanti e si fermò di nuovo, davanti alla villa. Suonò il campanello, come avevano concordato.
“Giulio.”
“Vieni” e il cancello più piccolo, ricavato nel grande cancello di ferro lavorato, s’aprì.
I cani erano stati legati. Uno abbaiava, un rumore soffocato, un guaito.
Sarebbero rimasti soli, per molte ore. Si lasciò alle spalle il cancello e i colori del tramonto, spenti ormai dal nero della notte. Guardò verso l’alto, se brillavano stelle e se, nella mansarda della villa, la luce fosse accesa. Sì.
Prima di vedere Lucia, nei pochi passi che ancora li teneva distanti, già se la sentiva addosso. Minuta, fragile.
Non venne, Lucia, ad aprirgli. La porta della villa era accostata.
Vide l’uscio socchiuso, spinse con calma, sentì “Entra e chiudi”, entrò e la trovò seduta sul divano.
***  
“Vieni...siediti”. Lucia s’era alzata, gli era venuta incontro, gli aveva preso il cappotto, l’aveva sfiorato, era andata a chiudere a chiave la porta. Poi s’erano trovati seduti sul divano, vicini.
L’ansia di Giulio era scritta nelle mani, che scivolavano in su e in giù, stirando i pantaloni all’altezza del ginocchio. Lei pareva più tranquilla: cominciò, accarezzandogli i capelli, invitandolo a sdraiarsi sul divano, se quello desiderava. Lui si distese, appoggiò la nuca sulle sue cosce nude.
Guardava, Giulio, verso l’alto: il soffitto, il suo mento, i suoi occhi, il lampadario; chiudeva gli occhi, sentiva il piacere di quelle sue lunghe carezze, delicate, gentili. Sentiva anche, in lui, molta irrequietezza. Doveva parlarle, per distrarsi.
Non gli usciva nessuna frase capace di aggiungere qualcosa alle carezze di Lucia.
La donna scese, con la mano, dai capelli, alla fronte, con l’indice seguì il profilo del naso, un naso infantile, la bocca, poi la mano non toccava il mento ma deviava alle guance, a destra e a sinistra, poi di nuovo la bocca, le labbra, sfiorate.
Giulio fremeva. La mano di lei scese di nuovo, al mento. Sostò al collo, Giulio la fermò, la scansò. Temeva che Lucia potesse fare considerazioni su quel doppio mento.
“Che c’è...perché?”
Giulio non rispose. Era lì per quelle carezze. Lasciò fare a lei. Che giunse al petto. Infilò la piccola mano sotto la camicia.
Cominciò a sbottonarla.
***  
Lucia s’alzò. Accese lo stereo: Rimmel di Francesco De Gregori. Tornando da lui si tolse il vestito, un completo verde con fiori e colori. La ritrovò vicina. Solo la sottoveste, leggera; in trasparenza il suo corpo. Si sedette, Lucia, accovacciata. Forse lo attendeva. Toccava a lui, ora.
Per lui non era facile seguire il suo ritmo, la sua voglia di lentezza, di profondità. Non era il tempo che difettava a quell’incontro. Avrebbero avuto molte ore. Quel piacere le richiedeva. Lucia lo desiderava. Nessuno dei due voleva pensare al rischio di quella scelta.
Giulio si sfilò la camicia.
“No.” Lucia s’alzò. Fece un cenno a lui di imitarla.
Erano in piedi, uno di fronte all’altra. Lucia, per entrare nei suoi occhi, doveva salire sulle punte dei piedi, allungarsi ancora.
Lui pensò che, forse, voleva ballare. La musica faceva la parte della sua inadeguatezza.
“Vuoi ballare?” le chiese, dopo una lunga pausa.
Lucia sorrise. Era un altro no. Lo prese per mano. Capì che lo avrebbe condotto in mansarda, due rampe di scale, una piccola camera, tanto legno come in una baita. Pochi i mobili, lassù. Cuscini, tappeti, profumo di resine, due comodini, due lampade, un grande specchio, altro non ricordava. E il letto, un grande letto, una spanna dal pavimento di parquet.
Un letto dove Lucia si perdeva.  
E mentre saliva le scale, facendosi guidare da quella donna con due seni da adolescente, Giulio sentiva la musica che s’allontanava e Lucia che s’avvicinava e niente e nessuno avrebbero potuto arrestare quel cammino.
Quando mancavano pochi gradini, Giulio lasciò la sua mano, la presa in braccio. Era un cuscino di piume.
Insieme, un piede lui un piede lei, aprirono la porta della mansarda. Come due sposi.

                                                    2 - continua

Una classica occupazione

Leggo con interesse che al liceo classico 'Cairoli' di Varese, il mio liceo (in foto siamo nel 1972-73) gli studenti stanno attuando una forma di autogestione senza violenza e senza docenti, dimostrando in fondo che si può far scuola anche senza i prof.: cineforum, interventi di ex alunni su temi tosti, pranzo insieme e nessun presidio notturno,  a parte una tenda con tre temerari. Guardo con invidia e ammirazione questi giovani. Io non sono mai stato incendiario nemmeno a vent'anni, non posso pretendere di esserlo adesso, anche se almeno ho chiuso l'acqua che non esce più dalla mia canna di pompiere.

martedì 27 novembre 2012

Pioggia

Raggruppo in un solo, unico, immenso lamento col suono di bomba tutti i piccoli o medi o grandi lamenti degli uomini padani, che stamani hanno detto, in cuor loro o ai vetri di casa: 
'Piove: che palle!'

Auguri, Filippo

Compie sessant'anni quello che oggi si chiama il mio medico di base: Filippo Bianchetti. Un tempo si chiamava medico della Mutua (chi non ricorda il film di Sordi?) e quel termine Mutua stava ad indicare un medico un po' meno medico, un po' più approssimativo di un medico non della Mutua. Ciò non si può certo dire per il dottor Filippo: scrupoloso sino al cavillo. I suoi due figli sono stati miei alunni alla Vidoletti: ottimi ragazzi. 
Da qualche anno il poco tempo libero che gli resta dal suo lavoro, che svolge con passione, Filippo lo dedica alla causa palestinese. Tutti abbiamo bisogno di una battaglia da combattere: lui ne combatte due, quella contro il dolore e quella a favore del popolo palestinese. Auguri, vecchio mio.

Vicolo Canonichetta 1


Visto il discreto successo di lettori del mio ultimo romanzo online QUEL GIORNO CHE TREMO’ LA NOTTE, ho pensato di riproporre sul mio blog, a puntate, il mio racconto lungo VICOLO CANONICHETTA, scritto nell’estate del 2005, pubblicato nel marzo 2007 da Macchione Editore. A parte qualche racconto breve, è il primo lavoro di narrativa ‘lunga’ ambientato interamente a Varese, la città che amo.



 



Vicolo Canonichetta


Uno

26 maggio 2005

Quel mendicante sedeva tutti i giorni all’imbocco di vicolo Canonichetta, novantacinque passi di cunicolo che sfociavano in piazzetta San Lorenzo. Proseguendo dritti si usciva in piazza San Vittore, sagrato della basilica dedicata a Vittore, patrono di Varese.
Passando sotto l’Arco Mera si poteva attraversare corso Matteotti, entrare in piazza del Podestà, ancora sotto un arco, il Broletto e via Veratti. Quindi la scelta: a destra, verso piazza Beccaria, o a sinistra, un incrocio, via Sacco e, a dritta, Palazzo Estense, sede del Municipio.
La nobile dimora, abitata nel Settecento dal duca Francesco III d’Este, era abbellita da un giardino all’italiana, ora parco pubblico, simbolo di quel borgo, conosciuto anche come ‘Città Giardino’.
Sedeva il mendicante tutti i giorni lì, appoggiava la schiena al muro e davanti a sé ritrovava un tombino con la scritta ‘Comune di Varese’, mattonelle in porfido rossastro, al centro del vicolo una striscia di granito, una mezzeria grigia che lo spartiva in due corsie. Girandosi a sinistra immaginava, più innanzi, l’Erboristeria del Vicolo, l’Argenteria del Vicolo, una bottega d’orafo, un negozio d’abbigliamento per bambini. Ma anche muri impiastricciati da scritte di vernice e cicche di sigaretta per terra. La maleducazione non rispettava il ritocco dell’arredo urbano, da poco ultimato con investimenti onerosi per la pubblica amministrazione. 
Giovedì ventisei maggio duemilacinque, nel primo pomeriggio, l’uomo aveva nascosto gli spiccioli raccolti, s’era rappreso nei suoi stracci e s’era addormentato. Faceva caldo, anche troppo per essere a maggio. Svegliandosi, stordito dal sonno e dal vino, vedendo del campanile del Bernascone solo il culmine, aveva immaginato l’ora, pensando dovesse essere suppergiù la metà del pomeriggio.
Imboccava vicolo Canonichetta una donna: camminava svelta. Dietro a lei un ragazzo e la sua ragazza, mano nella mano; lui aveva lasciato la mano di lei, le aveva avvolto il collo col braccio e l’aveva baciata sui capelli. Subito dopo era entrato nel vicolo un uomo che correva.
Nessuno di loro aveva lasciato monete per lui.
Erano poi trascorse alcune ore. Gente ne era passata, poteva contare cinque euro e trentacinque centesimi di questua.
A quel punto della sera avevano imboccato il vicolo tre giovani; uno dei tre, il più elegante, l’aveva fissato, aveva sorriso, lui aveva fatto eco alla sua gentilezza, l’altro gli aveva buttato in faccia un “Bastardo!” che non s’aspettava.
La luce del sole al tramonto aveva poi illuminato vicolo Canonichetta, cuore del cuore di Varese. Una luce, un calore che avevano trattenuto il mendicante ancora un poco, seduto lì, nell’abbaglio dell’agonia di un giorno che muore.
                                                                                                         1-continua

Ho fatto piovere

Come i miei colleghi sanno, in genere non vado mai alle visite di istruzione, perché già ho molte uscite con l'attività sportiva. Stamani ho fatto un'eccezione: infatti pioveva. Ho preso parte all'uscita Vidoletti a Milano, per la visita alla basilica di Sant'Ambrogio, a Santa Maria delle Grazie, al Cenacolo vinciano e al Castello Sforzesco. A parte la pioggia, bella ed istruttiva. C'è sempre da imparare, ed io più salgo in alto con gli anni più scopro la vastità della mia ignoranza.

Però quella porta....

Ci ho messo 56 anni ma alla fine, grazie alla Vidoletti, ho potuto ammirare stamani L'ultima Cena, opera del sommo Leonardo. Indubbiamente un capolavoro, che si può ammirare dal 1999, dopo l'ultimo restauro durato ben 22 anni. Questa foto ovviamente non è mia, visto che il dipinto celeberrimo non si può fotografare, ma l'ho scaricata da Google. La guida è stata bravissima ed io ho apprezzato...però i Domenicani quella porta (che ha cancellato fra l'altro i piedi del Cristo) potevano almeno farla più piccola, più bassa. E' proprio un pugno negli occhi.

Bravi ragazzi

Devo fare i complimenti ai ragazzi delle classi 2c, 2d e 2a Vidoletti, che hanno dimostrato attenzione e interesse. Eccoli in silenzio ascoltare la guida, all'interno della basilica di Sant'Ambrogio.

La Vidoletti al Castello

Fine della visita di istruzione a Milano con un passahgio all'esterno del Castello Sforzesco. La pioggia è in aumento, mentre diminuisce la pazienza dei ragazzi: è tempo di rientrare a Varese.

lunedì 26 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-12 fine


TRENTUNO dodici


Don Marco tornò nella camera, aveva negli occhi il secco del pianto, lacrime che si sono asciugate ma lasciano traccia. Andò in bagno e si sciacquò il volto, per cancellare quella debolezza. Per svegliarsi. La notte non era ancora trascorsa. Ripassando dal letto guardò Roberta, nel suo sonno, trovò la croce, il Cristo era lontano. Prese quell’incrocio di metallo e volle riappenderlo alla parete, facendo attenzione di agganciarlo bene, ma il chiodo era caduto a terra. Lo ritrovò a fatica, cercò il buco, si tolse una scarpa e usò il tacco come martello, controllò che fosse fissato e riposizionò al suo posto la croce, privata del suo senso, di quell’uomo che pende, che muore per il mondo intero.
Scese dalla sedia, raccolse fra le mani il piccolo Cristo morente, lo accarezzò e tornò a sedersi sulla poltrona, dopo aver recuperato anche la corona del rosario. Il Crocifisso nella mano destra, nella sinistra i grani in fila indiana, lunga catena di Avemaria e, ancora una volta, a chiudere il  cerchio, i legni con l’uomo che soffre sulla croce.  La madre e il figlio, pensò, insieme, fra le mie mani, alleati per me e per Roberta.
‘E se fosse questo il segno?’ Ora guardava la croce sulla parete, vuota, e l’uomo di metallo, nudo, nella sua mano. ‘Tutto qui?’ Il Signore lontano dalla croce, per ricordargli la fine, la vittoria, la resurrezione. Quel volo, quel tonfo, quello strappo, a ricordargli che era prete per annunciare la buona novella, il centuplo quaggiù, sì, ma anzitutto l’Eternità. E quale centuplo, dopo un terremoto? La resurrezione, la resurrezione, pensava e stringeva in mano il Crocifisso, lo baciava. La preghiera arrivò, come vento potente. ‘Mihi vivere Christus est et mori lucrum’ ripeteva San Paolo ‘è un passaggio, questa vita è un passaggio, ma che deve dire un prete alla gente? Che speranza deve regalare? Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede’ e la vita, la sua vita, da lì in avanti gli parve un’appendice inutile. Una perdita di tempo  Un tempo che avrebbe potuto sacrificare ad altri.
Quell’esaltazione durò poco, il vento calò e arrivò presto la paura: di morire, di sbagliarsi. Tornò ad aggrapparsi al suo corpo malfatto e alla sua miseria, preziosissima. Non era in grado di pregare con fede una notte, quale vita avrebbe potuto barattare? ‘Fai pena, fai solo pena’ disse, ‘trova almeno la forza di chiedere perdono a Dio, che ti ascolta, che si vergogna di te, uomo di Dio.’ L’afflizione lo portò ad inginocchiarsi di nuovo sul lato del letto, quello di destra, vicino alla poltrona, alla finestra affacciato alla quale aveva pensato al suicidio. Si buttò contro il morbido del materasso, nelle mani i simboli della sua fede, la testa confusa reclinata sulla coperta candida. Pianse.

***

Maria entrò nella camera di Roberta quando mancavano cinque minuti alle sei del mattino. Voleva salutare don Marco prima di ultimare il suo turno, ricordargli di parlare con Mariuccia, abbracciarlo, se si fosse presentata l’occasione. Lo trovò inginocchiato sul fianco del letto, immobile, la mano sinistra, che stringeva il rosario, vicino al piede della ragazza, la mano destra copriva il Crocifisso. E sopra la mano del prete quella di Roberta, che la accarezzava.

                            31-12    fine




Il quadrato del cerchio ha fatto centro

Sono contento per la mia amica Giancarla Giorgetti che oggi, lunedì 26 novembre, ha presentato il suo primo libro, un giallo classico, alla libreria Feltrinelli. Titolo: Il quadrato del cerchio. Editore: Nuove Editrice Magenta detta Nem. Non ho letto il libro, ne ho sentito parlare molto bene, il libro è qui al mio fianco, buona grafica, ottimo profumo di carta stampata. Per il momento l'ho annusato e mi piace. Con calma lo leggerò. Non sono un grande lettore e non amo i gialli, ma per Giancarla questo ed altro. Brava!

So cosa vuol dire

So che sapore ha l'emozione del primo libro pubblicato. L'ho provata tanti anni fa, era il 1988. Il tuo nome scritto in copertina, le pagine impregnate della tua scrittura, il profumo della carta stampata. Si accarezza la copertina, si sfoglia continuamente: qualcuno lo bacia, io non l'ho mai fatto. So cos'ha provato Giancarla in questi giorni. So che è senz'altro felice. Dato il suo carattere, anche euforica.

Complimenti abbondanti

Il poeta, scrittore e critico letterario Angelo Maugeri ha avuto parole più che elogiative per il giallo di Giancarla: ha parlato di capolavoro, romanzo perfetto, pagine eccezionali. Trattandosi della presentazione di un libro si può rischiare di eccedere, io sarei stato più prudente ma dipende dal carattere, e poi non ho ancora letto il libro, quindi non posso giudicare.

Feltrinelli stracolma

Come si può notare, tutto esaurito alla libreria Feltrinelli per la presentazione del giallo della mia amica Giancarla, novella Agatha Cristie varesina. Sin noti in prima fila l'editore di Nem Dino Azzalin, che si è messo in giallo, a tema con il libro.

Una risorsa da sostenere

in foto: il mio amico Marco Re Calegari, atleta disabile dalle doti eccelse

Domani, martedì 27 novembre, ore 20.45, Centro Congressi Ville Ponti, si terrà una serata di musica, immagini e testimonianze. Tema: 'I disabili, una risorsa da sostenere'. L'incontro nasce in occasione dell'anniversario di tre associazioni: l'Aias (50 anni), la Polha (30 anni) e la Lisdha (20 anni). Associazioni che necessitano di volontari per dare continuità alla loro storia.


Sabato 1 dicembre, ma alle 17

Correggo un mio precedente post. La presentazione del volume 'Alberi&Varese' di Carlo Meazza e Daniele Zanzi è sì sabato 1 dicembre in Salone Estense, ma alle ore 17. Mi scuso per la comunicazione errata.

Le confidenze di Andrea

Ho approfittato della presenza di Andrea De Nicolao alla Vidoletti per togliermi alcune curiosità sui giocatori Cimberio. In particolare sui quattro ragazzi di colore, e in effetti le mie intuizioni si sono rivelate esatte. Il play Green è molto estroverso, mentre la guardia Banks è silenzioso e meditativo. I lunghi Ere e Dunston sono molto diversi come carattere: il primo parla molto e ama scherzare, il secondo parla poco ed è più serio. Come dire: non è affatto vero che tutti i ragazzi di colore sono per definizione estroversi e giocherelloni.

Andrea De Nicolao incontra le prime Vidoletti

Nell'ambito del progetto 'Basket, una scuola di vita' stamani lunedì 26 novembre il play della Cimberio, il 21enne padovano 
Andrea De Nicola ha incontrato le nove classi prime della Vidoletti. Ha parlato della sua esperienza, ha risposto alle domande, ha firmato autografi. La Pallacanestro Varese da anni cerca di avvicinare il più possibile, in vari modi, i giovani, i ragazzi al basket, e allarga gli orizzonti. E' stato infatti presentato un progetto, che punta a realizzare una scuola nel Burundi, dove abbiamo il 40% di analfabetismo e i ragazzi devo camminare anche due ore per raggiungere la scuola.

Cartellone autografato

Andrea firma il cartellone della Prima I

Andrea coi ragazzi

Ecco Andrea con alcuni alunni delle prime Vidoletti.

domenica 25 novembre 2012

Seduto in panchina

Sabato ho finalmente visto il libro 'monumentale' sugli alberi monumentali di Varese, degli amici Carlo Meazza e Daniele Zanzi. Per loro una sontuosa vetrina in libreria Del Corso, dove il libro Alberi&Varese verrà presentato venerdì 30 novembre, ore 18.30. Presentazione che si ripeterà sabato 1 dicembre, ore 21, Salone Estense. Ho l'onore di essere fra i fotografati nel libro, seduto su una panchina in Villa Toeplitz mentre leggo il mio quotidiano preferito all'ombra di un grande faggio. Nella stessa pagina, anche lui seduto su una panchina, il sommo vate Silvio Raffo. 

Quel giorno che tremò la notte 31-11




TRENTUNO undici
Avvennero due fatti, di seguito, in pochi attimi, che turbarono il prete. Forse aveva agganciato male il crocifisso, forse una scossa d’assestamento, la croce all’improvviso cadde a terra con un rumore secco, e nell’attimo esatto del tonfo Roberta ebbe un fremito, almeno questo immaginò d’aver visto don Marco, che vide il movimento di striscio, perché lo sguardo era finito subito contro la parete che già stava fissando ma ebbe l ‘impressione che la ragazza avesse scosso la testa, con un tremito generato dal rumore. Si alzò di scatto, andò subito al capezzale della giovane, stava per chiamare Maria ma si trattenne: era tutto mortalmente fermo. Con rabbia picchiò un piede a terra, generando un colpo forte, ma non bastò per rivedere quello scatto di vita. Il crocifisso si era spezzato, il corpo pendente si era staccato dalla croce, congiunse l’uomo e il legno, pensò che si sarebbe potuta saldare, che andava fatto, si domandò perché era caduta, si mise in piedi di fianco al letto, tenendo con una mano il Salvatore e con l’altra l’incrocio, li sollevò e li lasciò cadere, sperando che il miracolo si ripetesse. Ma una volta ancora Roberta restò nella sua posizione. Non era mai stato un uomo superstizioso, ma cominciò a domandarsi perché era caduta la croce, se avesse un senso che esulasse dal volere di Dio o dal caso, perché sino ad allora la sua superstizione era stata annullata dalla fede, che può generare miracoli. ‘Il caso esiste, è caduta e basta. Don Marco, ma cosa pensi stanotte? Che ti sta succedendo? Ritrova la via, ti prego, ritrova la preghiera, lascia questi inganni, torna a fidarti di Dio, ti ha reso felice sino al viaggio per Roma. Cosa ti sta succedendo, vecchio mio?’
Raccolse i due pezzi che aveva lasciato cadere  a terra e sperò solo che tornasse presto l’aurora. Aveva pregato poco, senza fede, aveva fatto solo male a Roberta, certamente non l’aveva aiutata, non si era intrattenuto con lei ma con se stesso, con la sua anima povera, con la sua mente malata.  ‘Cerca di pregare, don Marco. Affidati a Lui come hai sempre fatto.’ E respirava profondamente, per respingere l’ansia che tornava ad inquietarlo. I suoi dubbi d’adolescente aveva fatto in fretta a tranquillizzarli, ebbe il sospetto che questi nuovi dubbi fossero più profondi, in lui da sempre, brace sotto la cenere pronta ad infuocarsi. Ebbe la paura di bruciare in quel falò. Ebbe il terrore di perdersi, e cominciò a pensare che satana esisteva davvero e lo aveva preso come bersaglio. Si era insinuato nella sua debolezza e stava facendo razzia. Si sentì posseduto, qualcun altro gestiva i suoi pensieri. Perse il controllo e scappò fuori, trovandosi al centro del lungo corridoio. Solo.     
Aveva bisogno di parlare, di vedere qualcuno. Doveva comunicare le sue paure, Maria, la cercò sforzandosi di mantenere il controllo. Sentì un rumore, un gorgoglìo avvicinandosi alla piccola cucina, destinata al personale. Sentì profumo di caffè. Entrò. Gli pareva di essersi tranquillizzato, ma così non doveva essere, se Maria si spaventò nel vederlo, disse solo “E’ lei, don Marco” ma il tono della voce e lo sbigottimento negli occhi lasciavano intendere che doveva aver scritto tutto in faccia. “Ne vuole una tazza?” e s’alzò per prenderla. “La notte è ancora lunga.”
“Volentieri” disse il prete. Si sedette. Era lì, infelice ma non disperato, davanti a quella donna che ora gli faceva da madre, da moglie, da amante. Non era bella Maria, non alta ma dal petto generoso, il viso poco aggraziato, un naso poco femminile, gli zigomi aguzzi. Ma in quell’attimo era tutta l’umanità della quale aveva bisogno e  che avrebbe voluto amare.
“Bene” disse la donna. “Si sarà chiesto di quell’abbraccio…Mi deve scusare.”
Il profumo del caffè si unì al sapore fresco di Maria, che si era avvicinata per porgergli la tazzina. “Grazie….”
“Zucchero?”
“No….e si capisce il perché.”
Maria sorrise.
“Ho preso paura” disse l’infermiera. “Credo ancora che gli uomini ci siano per proteggerci. Lei che dice?”
“Che è così, dovrebbe almeno.” Lo doveva confessare. Stava rientrando nella normalità? La mano faticava a tenere la tazzina, tremava. “Il suo abbraccio mi ha fatto piacere” e avrebbe detto enorme piacere, ma era un uomo votato a Dio, che si era volontariamente privato della dolcezza femminile.
“Anche a me.”
A quella risposta don Marco sentì una vampata di calore. Era il pensiero di aver dato gioia a una donna. Consolazione. Ammutolì. Avrebbe pianto.
Fu lei a risolvere il silenzio: “La solitudine, la mancanza di affetto…”
“Sto male” disse il sacerdote.
Maria posò la tazzina sul tavolo, spostò la sedia di un palmo verso di lui, lo guardò. Se l’aspettava.
“Non ci conosciamo, ma devo parlarne..a lei…devo….”
“Così siamo fatti” disse la donna. Avrebbe volito prendergli la mano, un gesto che le venne spontaneo, ma si trattenne.
“Devo raccontare, ho dentro l’inferno.”
“Ci hanno messo in un valle di lacrime..pianga…non si trattenga…”
Don Marco nascose il viso nelle mani. Il grosso anello cozzò contro il naso.  E parlò. E pianse. Riusciva a descriversi con un naturalezza fantastica,  quella donna attirava a sé ogni confidenza, anche le più segrete, che faticava a confessare alla sua anima. Continuava perché stava bene. Prese fiato, asciugò gli occhi, guardò verso di lei con riconoscenza. “Mi scusi….e lei non dice nulla? “
“Ascolto.” Aveva compreso il suo ruolo in quella notte. Eppure avrebbe avuto da dire anche lei, di un matrimonio di accomodamenti e di silenzi, di figli sempre sul punto di sputarle in faccia la frase che temeva più di qualsiasi altra, ‘Perché ci hai messi al mondo?’, e quel suo mestiere, sempre nel dolore: avrebbe avuto bisogno di parlare ma scelse il sacrificio, come ogni donna.   
“Ascolta questo pover’uomo” e ricordò. “La ragazza si è mossa, un tremito, l’ho visto.”
“Quando?”
“E’ caduto il crocifisso, avrà sentito dei rumori poco fa.”
“Sì, non forti. Non ho dato peso.”
“Nella camera di Roberta, la croce è finita a terra, si è rotta e lei si è mossa. Ho visto con la coda dell’occhio ma ne sono sicuro.”
“Può essere un segno buono” disse la donna. “Ma anche niente. Riflessi.”
“Mi sono illuso, ho ributtato il crocifisso a terra, ho picchiato coi pedi, restava immobile.”
“Non perdiamo la speranza.”
“Cosa ci resta? Dopo quella cosa c’è?”
“Lei crederà ai miracoli.”
 “Oggi vorrei il miracolo della fede.“ Si corresse: “No, no, oggi voglio la vita per lei, io la mia l’ho fatta, mi basta morire senza perderla, la fede.” Tornò il bisogno di contatto. Avrebbe voluto abbracciarla. Non ebbe il coraggio, né lei comprese sino in fondo quella necessità. Allungò la mano, chiese la sua, lei gli porse la sinistra, vide la fede delle nozze, mani curate, dita sottili, non appropriate in quel corpo poco aggraziato. La strinse, avrebbe voluto donarle il suo sangue, compenetrarla affidandole la sua umanità. Trattenne un ultimo pianto.
“Torno dalla ragazza” disse. “Grazie.”
“Di nulla” disse Maria. Nel vederlo uscire, pensò che per lui avrebbe anche ritrovato la preghiera.  
                                      31-11  continua

Un pubblico super

Il pubblico al PalaWhirlpool è sempre un giocatore in più in campo, e lo ha dimostrato anche ieri sera con Reggio Emilia. Palazzetto colmo e tanto entusiasmo. Si noti la qualità dello zoom della mia nuova CanonPower Shot SX40HS, che per la prima volta utilizzavo per la Cimberio. Foto scattata dalla tribuna stampa verso la Curva dei Boys, cioè la curva opposta.

Auguri, Fabio

Auguri, Fabio

Cimberio Varese-Trenkwalder Reggio Emilia: 91-78

Loro ci hanno messo l'anima, ma alla fine anche le giubbe rosse di Reggio Emilia alzano bandiera biancorossa e si inchinano: la capolista se ne va. Ma niente toni trionfalistici, la gara è stata dura, equilibrata e si è risolta sull'81 a 71, a 3 minuti e 30 dalla fine. A quel punto i rossi hanno chinato il capo. Grande equilibrio, ma sempre in testa noi: 24-20, 46-41 a metà gara, 67-60 a tre quarti (con un terzo quarto ricco di errori nel tiro da tre e nei liberi) e un ultimo quarto sempre in equilibrio. Un primo strappo a metà tempo (76 a 66) poi Reggio torna vicino e Taylor cerca di rubare a Ere la palma di migliore in campo. Ma arrivano la freddezza di Banks nei momenti cruciali, una tripla fondamentale di Rush, un gioco da tre punti di De Nicolao, altre buone cose e Reggio accetta il verdetto: sconfitta, dopo 5 vittorie di fila. Noi invece di vittorie ne abbiamo di più. 91 a 78, con abbraccio finale (foto)

Le due colonne: Ere e Bryant

Ancora una volta Bryant Dunston (foto), con molte stoppate e 14 punti, ed Ebi Ere (con molti punti, 24) sono stati le due colonne della Cimberio, due pilastri invalicabili, due montagne. Con loro si sta sempre un po' più tranquilli.

Il prode, discontinuo Achille

Non si può pretendere dal prode Achille (Polonara) di avere un rendimento continuo, data la sua giovane età. Oggi è stato ballonzolante, con errori da sotto anche su tiro facile, 7 punti in totale e un Vitucci che gli dà fiducia, svezza i giovani (molto gioco anche per De Nicolao, 10 punti) anche in momenti difficili, correndo qualche rischio. E poi alla fine, quando si vince, tutto si dimentica.

La macchina da scrivere di Giuseppe

Bella vetrina alla Libreria del Corso per il penultimo libro di Carlo Meazza, 'Luoghi di un'amicizia'. Potete vedere la prima macchina da scrivere di Giuseppe Meazza, papà del noto fotografo, che era giornalista alla Prealpina, e una vecchia macchina fotografica del fotografo Prodi, che teneva bottega in corso Matteotti.

Alla Feltrinelli il cerchio diventa quadrato

Ne ha parlato con entusiasmo il giornalista e narratore Riccardo Prando la scorsa domenica a Villa Bozzolo. Ora è arrivato il momento del battesimo alla libreria Feltrinelli lunedì 26 novembre, ore 18.30. E pensiamo sia molto emozionata la scrittrice Giancarla Giorgetti, giallista, che si è (e ci ha) regalata un giallo (il suo primo libro) giudicato di qualità: IL QUADRATO DEL CERCHIO, edito da Nem. Appuntamento allora in corso Moro: la nostra città si arricchisce di nuove emozioni e signore 'in giallo'.

Quel giorno che tremò la notte 31-10



TRENTUNO  dieci

Per la seconda volta lo lasciava non con una domanda, tante domande che sarebbero tornate, subito, nelle ultime ore della notte. Avrebbe avuto ancora bisogno di lei, ma avrebbe trovato il coraggio di chiamarla? Voleva parlarle. E voleva risentirsela vicino, l’eco dei respiri. Il calore di due corpi che si toccano. Dio mio, com’era freddo il suo Dio. Distante. Capace di rivoltargli la vita, di condizionarla sino alla vocazione estrema, alla scelta senza ritorno, ogni ora, ogni attimo, ogni rinuncia per Lui, un Signore invisibile e muto. Un Dio senza corpo, intangibile. Un Dio di pura invenzione, necessario quindi creato come una fantasia qualsiasi. Quanto aveva bisogno di poter stringere un’anima fatta di carne.
Guardò la ragazza e invidiò il loro atto d’amore e provò una pena infinita per come era finita. ‘Un segno, mio Dio…perdonami per ciò che ho detto…annulla i miei pensieri, Tu che lo puoi…. Non capisco questa notte, il senso, non mi comprendo più, sto perdendo l’orizzonte, illuminami con la Tua luce….Ti prego, sono nelle Tue mani, sono povero e solo, aiutami…’
Tornò vicino al letto, raccolse la croce che era finita vicino ai piedi di Roberta, si sedette sul divano, baciò il crocifisso, più volte, con delicatezza, sentì il fresco del metallo, guardò il volto del Suo Signore. Non era una smorfia di dolore. Pareva sorridere.
Si alzò, tornò vicino alla parete, risalì sulla sedia e cercò di appendere il crocifisso. Non ci vedeva abbastanza per riuscire ad infilare il gancio. Accese una lampada più potente. La luce artificiale lo obbligò a socchiudere gli occhi. La vista si era abituata alla penombra. Con quel fascio luminoso riposizionò il Cristo al suo posto, lì, dove si notava la sua ombra chiara. Si distrasse pensando che la luce sulle pareti bianche le ingrigisce. Discese dalla sedia e spense subito la luce. ‘Tanto non l’avrebbe svegliata’ pensò. Anche un faro più potente, anche lo stesso sole sceso in quella camera non sarebbero stati in grado di liberarla da quel male insanabile. ‘Signore, luce della mia vita, fai ciò che è nel Tuo disegno. Ma falla vivere’ pregò rivolto al Cristo pendente, tornato nella penombra. Camminando verso il divano schiacciò un oggetto che era finito a terra, perse l’equilibrio, rischio di finire sul pavimento, con un movimento da clown, sgraziato, riuscì ad ancorarsi al letto, che cigolò. Aveva schiacciato la corona del rosario. La raccolse e tornò seduto.
Pregava augurandosi che tornasse Maria. Lo avrebbe aiutato a raggiungere l’alba. Avrebbero parlato. Si augurò una nuova scossa, sarebbe ricomparsa, forse si sarebbero abbracciati di nuovo. Pensava e pregava, Ave Maria, Ave Maria…la Santa Madre, e si distrasse subito, ‘Il Signore accetterà anche questa mia preghiera senza concentrazione, il Signore è buono e grande nell’amore, è misericordioso’…sì, perché ora pensava a Maria e dalla Vergine arrivò alla madre, a sua madre, che venne con tutta la sua tenerezza e il suo vigore. Una donna che l’avrebbe voluto prete (‘dei mie figli tu sei il più adatto, pensaci, Marco’) ed era stata accontentata. Una donna che aveva sofferto troppo ed era morta da un anno, tre mesi e dieci giorni. E gli mancava. Pensò a Maria, forse era la madre morta che rivoleva nel loro abbraccio, il bisogno di una mamma che non finisce mai. ‘Ecco perché hanno inventato le Avemarie, certo, ci voleva la mamma di Gesù, una madre divina…’ Non si scandalizzava più di quelle trovate della mente. Le accettava come parte della sua debolezza di uomo, ma anche della sua ricchezza. Si consolava pensando che, al termine della danza dei suoi pensieri blasfemi, tornava comunque a pregare…’Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna’…La preghiera restava l’arma più potente, il solo approdo.
Seduto non riusciva a rimanere. le gambe inquiete, nervose lo obbligarono ad alzarsi di nuovo. Guardò una volta ancora la camera, che conosceva nei particolari. Vide il cestino dei rifiuti, conteneva un quotidiano, ‘strano, ieri non l’hanno svuotato?’ e il giornale lo riportò alla cronaca del terremoto. Volle prenderlo per sfogliarlo, ci ripensò, tanto non sarebbe cambiato nulla, e sulle notizie la tendenza era chiara: cercare il colpevole, l’errore umano, affidare al materiale scadente la colpa di quella disgrazia mortale, che obbligava migliaia di persone al soffrire. Si raccontava anche della sopportazione degli abruzzesi, della loro pazienza e dei progressi nella rinascita, ma il dito era puntato contro chi avrebbe potuto prevenire e non lo aveva fatto. Accuse ai politici del passato e ai presenti, alla protezione civile, e certe telefonate che tornavano, uno schiaffo che bruciava, la dimostrazione della pochezza degli uomini. Era stato tentato di scrivere ai giornali, con il desiderio di raccontare anche il bene, le prove di coraggio, la santità quotidiana, ma aveva sempre desistito, ‘non serve a niente, meglio fare fare fare, raccontare non aiuta questa povera gente’ così si era meritato solo qualche breve cronaca sulle pagine locali, il prete che dice messa nella tendopoli, don Marco, il sacerdote che si è fermato in Abruzzo, aveva raggiunto una sfumata notorietà della quale a volte si faceva vanto, pentendosi di tanta vanità. Il colpevole, la caccia al ladro, il capro espiatorio per soffrire meno, per dare una ragione a quello sfogo della natura: don Marco si fermò e guardò la croce. ‘Sei Tu il colpevole? Sei forse Tu il sole responsabile, al quale nessuno si rivolge in protesta? Sei Tu che meriteresti le nostre maledizioni e invece la passi liscia un’altra volta? Distante e silenzioso? Qualche bestemmia, qualche bestemmia te la sei presa, giusta o ingiusta non lo so, tu non mandi segni…o forse il segno è proprio la terra che trema, per ricordarci cosa? Per ammonirci? Per castigarci? Come Sodoma e Gomorra? Questi pensieri mi fanno paura, io voglio un Padre Buono. Lo so, lo so che non ci punisci così, che un Padre buono accoglie. Hai scelto la Croce per salvarci, e dalla croce ci obblighi a soffrire in questo modo? Che senso avrebbe? Doni la tua vita per la nostra salvezza, e poi ti riprendi la nostra esistenza fra i tormenti? O sei costretto ad obbedire ad un Padre lontano? Mio Dio, fatti capire! Devo sapere che non sei Tu il responsabile.”
                                       31-10  continua 

Un po' di America in piazza Podestà

Molti varesini si sono fermati ieri sera in piazza del Podestà, davanti alla Casa del Disco, attratti come api sui fiori dalla musica americana della Piedmont Brothers Band, che ha presentato il suo nuovo cd PBB III, un disco (lo ricordiamo) che è stato scelto come disco del mese dalla rivista SUONO. Garanzia assoluta di qualità sopraffina.